Dōgen, Busshō: commento (1) di Jiso Forzani a Busshō 9 [busshō9.9]

Doghen continua a esporre il significato di natura autentica per bocca dei grandi maestri, patriarchi, santi del passato. Ha iniziato, ovviamente, da Sakyamuni Budda, ha proseguito in India col patriarca Asvagosha, è passato a Bodidarma e ai grandi maestri cinesi, fino a Hui Neng.

Ora ritorna in India, a una delle figure più importanti della storia del buddismo, il grande maestro indiano Nâgârjuna, vissuto intorno al I secolo dopo Cristo. Non c’è scuola del buddismo Mahayana che non lo onori come proprio rappresentante e patriarca. In effetti Nâgârjuna rappresenta nel buddismo la rivoluzione che gli ha permesso di uscire dalla dimensione indiana per rivolgersi indistintamente all’umanità, all’uomo oltre e prima della sua appartenenza. Come Paolo di Tarso ha dischiuso il Vangelo ai gentili, ai pagani, agli stranieri oltre il popolo eletto, ai non ebrei, così Nâgârjuna ha fatto crollare la barriera non meno sacra e solida che teneva separato il popolo eletto indiano da tutti gli altri. E se Paolo si è servito, o meglio, si è messo al servizio, del concetto di grazia per far comprendere come il Vangelo sia di tutti e per tutti, così Nâgârjuna si è servito, si è messo al servizio, del concetto di sunnyata (vuoto) per far comprendere che la natura autentica è tutto di tutti. 

La notazione che Nâgârjuna, nativo dell’India occidentale, si è poi trasferito nell’India meridionale non è una semplice notazione geografica. Nella simbologia indiana, il continente indiano, che rappresenta tutto il mondo, è diviso idealmente in quattro regioni (sud – nord – est – ovest) abitate da quattro diverse specie di uomini, catalogati secondo il loro sviluppo spirituale (e le caste indiane ricalcano questa concezione). Gli abitanti di ogni regione sono quindi più o meno portati a intendere il messaggio religioso. Sud è detta la regione di coloro che considerano il benessere come lo scopo da raggiungere nella vita: assomigliano a certi uomini delle nazioni ricche, resi un po’ ottusi dall’opulenza e tenacemente attaccati alla felicità mondana come il bene primario da conseguire. Nâgârjuna, mosso a compassione per la ristrettezza di questo modo di pensare, si reca a predicare in mezzo a loro.

Il tema del discorso è il vedere. Potremmo riassumere così: le persone che ascoltano il sermone, che parla della natura autentica, obbiettano che il benessere materiale dà soddisfazione perché si vede, è tangibile, mentre la natura autentica è aleatoria, chi l’ha mai vista? Nâgârjuna replica che è sbagliato credere che la natura autentica di ogni cosa sia invisibile per il solo fatto che non è qualcosa da vedere: è il modo di vedere che deve essere trasformato. Non si tratta di rendere visibile l’invisibile, ma di mutare il proprio modo di vedere.

Bisogna togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io. L’io la fa da padrone tutte le volte che il pregiudizio, la convenzionalità, l’abitudine, fanno velo all’incontro diretto con la realtà di ogni momento. Il grande e il piccolo, il limitato e lo sconfinato, il sacro e il profano, il merito e il demerito, la vita e la morte sono vuote definizioni se non sono che i nomi di categorie che io applico alla realtà in base a un modo di vedere schematico: lì non circola la realtà ma delle idee sulla realtà. L’io spadroneggia così: non è solo egoismo o egocentrismo o ricerca del profitto personale: è qualcosa di molto più sottile. Un filtro, un sottile velo che assume le più svariate forme ma che sempre fa da diaframma nel rapporto fra me e la realtà. La natura autentica è la dissoluzione di questo diaframma.

Comprendere questo è l’inizio della conversione: un modo di vedere completamente nuovo, un vedere per la prima volta. Ecco allora che pur vedendo non vedono: crollano le visioni consuete, le forme abitudinarie e si rivela la vera forma, quella forma senza forma che illumina ogni forma: come la luna piena con la sua luce chiara e delicata illumina ogni dove in una notte serena. Così è la persona seduta in zazen: là dove l’abbandono di ogni concezione è totale, ogni cosa assume il volto che le è proprio: chiaro, evidente e limpido, senza bisogno di aggiunte e di commenti. Come lo dice bene quella forma di luna piena radiosa, proprio come la trasfigurazione di Gesù, e l’aureola di ogni santo! Da quella forma che è oltre ogni forma, proviene la parola che è oltre ogni suono.

Non ha forma questo annuncio, né suono né colore questa funzione: solo andando oltre le forme, i suoni, i colori che riempiono i nostri occhi e le nostre orecchie è possibile udire l’annuncio in ogni forma, scoprire la funzione in ogni suono e in ogni colore.

Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.

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