Doghen continua a esporre il significato di natura autentica per bocca dei grandi maestri, patriarchi, santi del passato. Ha iniziato, ovviamente, da Sakyamuni Budda, ha proseguito in India col patriarca Asvagosha, è passato a Bodidarma e ai grandi maestri cinesi, fino a Hui Neng.
Ora ritorna in India, a una delle figure più importanti della storia del buddismo, il grande maestro indiano Nâgârjuna, vissuto intorno al I secolo dopo Cristo. Non c’è scuola del buddismo Mahayana che non lo onori come proprio rappresentante e patriarca. In effetti Nâgârjuna rappresenta nel buddismo la rivoluzione che gli ha permesso di uscire dalla dimensione indiana per rivolgersi indistintamente all’umanità, all’uomo oltre e prima della sua appartenenza. Come Paolo di Tarso ha dischiuso il Vangelo ai gentili, ai pagani, agli stranieri oltre il popolo eletto, ai non ebrei, così Nâgârjuna ha fatto crollare la barriera non meno sacra e solida che teneva separato il popolo eletto indiano da tutti gli altri. E se Paolo si è servito, o meglio, si è messo al servizio, del concetto di grazia per far comprendere come il Vangelo sia di tutti e per tutti, così Nâgârjuna si è servito, si è messo al servizio, del concetto di sunnyata (vuoto) per far comprendere che la natura autentica è tutto di tutti.
La notazione che Nâgârjuna, nativo dell’India occidentale, si è poi trasferito nell’India meridionale non è una semplice notazione geografica. Nella simbologia indiana, il continente indiano, che rappresenta tutto il mondo, è diviso idealmente in quattro regioni (sud – nord – est – ovest) abitate da quattro diverse specie di uomini, catalogati secondo il loro sviluppo spirituale (e le caste indiane ricalcano questa concezione). Gli abitanti di ogni regione sono quindi più o meno portati a intendere il messaggio religioso. Sud è detta la regione di coloro che considerano il benessere come lo scopo da raggiungere nella vita: assomigliano a certi uomini delle nazioni ricche, resi un po’ ottusi dall’opulenza e tenacemente attaccati alla felicità mondana come il bene primario da conseguire. Nâgârjuna, mosso a compassione per la ristrettezza di questo modo di pensare, si reca a predicare in mezzo a loro.
Il tema del discorso è il vedere. Potremmo riassumere così: le persone che ascoltano il sermone, che parla della natura autentica, obbiettano che il benessere materiale dà soddisfazione perché si vede, è tangibile, mentre la natura autentica è aleatoria, chi l’ha mai vista? Nâgârjuna replica che è sbagliato credere che la natura autentica di ogni cosa sia invisibile per il solo fatto che non è qualcosa da vedere: è il modo di vedere che deve essere trasformato. Non si tratta di rendere visibile l’invisibile, ma di mutare il proprio modo di vedere.
Bisogna togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io. L’io la fa da padrone tutte le volte che il pregiudizio, la convenzionalità, l’abitudine, fanno velo all’incontro diretto con la realtà di ogni momento. Il grande e il piccolo, il limitato e lo sconfinato, il sacro e il profano, il merito e il demerito, la vita e la morte sono vuote definizioni se non sono che i nomi di categorie che io applico alla realtà in base a un modo di vedere schematico: lì non circola la realtà ma delle idee sulla realtà. L’io spadroneggia così: non è solo egoismo o egocentrismo o ricerca del profitto personale: è qualcosa di molto più sottile. Un filtro, un sottile velo che assume le più svariate forme ma che sempre fa da diaframma nel rapporto fra me e la realtà. La natura autentica è la dissoluzione di questo diaframma.
[→uma] Infatti la natura autentica è l’irrompere di una consapevolezza del Reale altra, non limitata dalla soggettività: dalla sfera dell’agire, provare, pensare si passa a quella del sentire che, per sua natura, non è soggettivo e, nei suoi più alti gradi, non è nemmeno condizionato dal senso di separatività ma è solo unità di visione e di comprensione. [/uma]
Comprendere questo è l’inizio della conversione: un modo di vedere completamente nuovo, un vedere per la prima volta. Ecco allora che pur vedendo non vedono: crollano le visioni consuete, le forme abitudinarie e si rivela la vera forma, quella forma senza forma che illumina ogni forma: come la luna piena con la sua luce chiara e delicata illumina ogni dove in una notte serena. Così è la persona seduta in zazen: là dove l’abbandono di ogni concezione è totale, ogni cosa assume il volto che le è proprio: chiaro, evidente e limpido, senza bisogno di aggiunte e di commenti. Come lo dice bene quella forma di luna piena radiosa, proprio come la trasfigurazione di Gesù, e l’aureola di ogni santo! Da quella forma che è oltre ogni forma, proviene la parola che è oltre ogni suono.
Non ha forma questo annuncio, né suono né colore questa funzione: solo andando oltre le forme, i suoni, i colori che riempiono i nostri occhi e le nostre orecchie è possibile udire l’annuncio in ogni forma, scoprire la funzione in ogni suono e in ogni colore.
[→uma] In realtà tutto nel divenire ha forma, colore, suono e dunque l’annuncio ha una forma esteriore e una sostanza interiore: dove sorge la forma se non dal vuoto di tutto ciò che è forma, dal sentire/senza forma perché la precede, ne è l’origine? Il rischio qui è quello di non considerare nella giusta luce l’unità inscindibile tra forma e non forma, tra forma e sua origine, ed è anche quello di lasciare la non forma in una vaghezza quando è tutto ma non questo.
“Solo andando oltre le forme, i suoni, i colori che riempiono i nostri occhi e le nostre orecchie è possibile udire l’annuncio in ogni forma, scoprire la funzione in ogni suono e in ogni colore”.
Certamente sì, ma bisogna intendere bene: solo sentendo ogni colore e forma – liberi da ogni identificazione come lo si è quando si sente – si coglie l’Essere-che-È ogni cosa.
In merito al termine “funzione”: ogni forma è espressione della funzione che la genera e ogni funzione è, nel divenire, conseguenza della natura del sentire che tende dal grado minore a quello maggiore. Ecco che ogni fatto che accade è sempre funzionale alla realizzazione di un grado di sentire più ampio, e alla sua strutturazione nel corpo della coscienza.
“Non ha forma questo annuncio, né suono né colore questa funzione”: il contemplante, non identificato né con forma né con funzione, osserva scorrere le forme e le funzioni e risiede in una neutralità che precede entrambe, precede le stesse logiche del sentire che lo conducono a condurre tutto verso una meta, quella dell’unità d’Essere.
Il contemplante vive tre livelli di consapevolezza simultanei:
– la forma/funzione del divenire;
– il divenire del sentire;
– l’Essere senza tempo del sentire.
Dal piano dell’Essere senza tempo gli altri due piani di consapevolezza vengono sentiti e custoditi.
Custodire significa sentire nella neutralità sostenuta dalla compassione e dalla comprensione.
La natura autentica si configura dunque come questa consapevolezza unitaria intrinsecamente intessuta di comprensione e di compassione per tutto ciò che da essa è generato. [/uma]
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
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