[Forzani-Mazzocchi traducono] Il discepolo del venerato, il nobile Kanadaiba, chiaramente ha colto cos’è la figura della luna piena, ha colto cos’è la figura della luna tonda, ha colto cos’è essere corpo, ha colto cos’è la multiforme natura autentica, ha colto cos’è il multiforme corpo autentico.
Anche se coloro che sono entrati in rapporto di intimità con il maestro e hanno vuotato il vaso della trasmissione sono una moltitudine, non possono paragonarsi a Kanadaiba. Kanadaiba divenne il vicario del venerato, la guida dei novizi, divenne parte integrante dell’intera cattedra della trasmissione. Il modo con cui trasmise l’insuperabile grande norma che custodisce la vera visione della via, è simile all’originaria trasmissione del venerabile Makakasho[2] sul monte dell’Avvoltoio.
Prima di convertirsi quando era ancora sotto la legge dell’errore, Nagarjuna aveva molti discepoli; li licenziò tutti. Poi, già divenuto patriarca, fece del solo Kanadaiba l’erede della trasmissione e gli consegnò ufficialmente la custodia della visione della grande legge. Fu quella l’unica trasmissione della via autentica senza eguali. Purtroppo, una fastidiosa schiera di millantatori andava proclamando: «Anche noi siamo eredi del grande bodisattva Nagarjuna». Molte delle tesi compilate e degli assiomi raccolti sotto il nome di Nagarjuna non sono opera della sua mano.
A mettere confusione e scalpore in cielo e in terra fu la schiera di quei discepoli da lui licenziati nel passato. Si deve sapere che quei discepoli della via che non sono il filo diretto della trasmissione di Kanadaiba sono fuori anche dalla via indicata da Nagarjuna. Solo chi crede in modo retto raggiunge la retta via. Purtroppo molti sono coloro che, pur conoscendo ciò che è falso, lo ricevono e lo trasmettono. Hanno in spregio la grande sapienza e sono una folla! Come fa compassione questo prosperare della stupidità!
[2] In sanscrito Mahakasyapa
A questo proposito il venerato Kanadaiba indicò ai discepoli l’essere corpo del maestro Nagarjuna e disse: «Proprio questo è quel venerato, che incarnando l’aspetto della natura autentica lo mostra a noi. Come lo possiamo sapere? Infatti, la profonda pace che è oltre ogni forma si manifesta nella forma della luna piena. La giustezza della natura autentica traspare dappertutto in modo chiaro». [/F-M]
[Carl Bielefeldt traduce] Quando il Venerabile Kānadaiba indicò la manifestazione del Corpo Spirituale del Venerabile Nāgārjuna, commentò a coloro che erano riuniti lì: “Questa è la manifestazione della Natura di Buddha del Venerabile, attraverso la quale ci mostra come possiamo conoscerla. Essendo avvolto in essa, il suo stato meditativo, libero da attaccamenti, assume una forma simile alla Luna piena, poiché il significato di ‘Natura di Buddha’ è Ciò che è completamente illimitato e radioso.” [/CB]
[Nishijima-Cross traducono] Il Venerabile Kānadaiba, secondo la storia, indicando il corpo del Venerabile Nāgārjuna che si manifesta, dice all’assemblea: “Qui il Venerabile sta manifestando la forma della natura di Buddha per mostrarcela. Come possiamo saperlo? Si può presumere che lo stato senza forma del samādhi assomigli alla luna piena. Il significato della natura di Buddha è evidente ed è chiaramente trasparente.”
[→uma] “La profonda pace”: non so perché Forzani-Mazzocchi abbiamo sentito la necessità di ridurre quello che Nishijima-Cross traducono con samādhi, al concetto/esperienza di “profonda pace“, locuzione piuttosto fuorviante a mio parere. Carl Bielefeldt parla di stato meditativo libero da attaccamenti, ed è già meno parziale.
L’esperienza di profonda pacificazione è uno degli aspetti della condizione unitaria, così basico che chi scrive quasi mai lo annota e non a caso ma perché dipende dal disegno esistenziale e dal carattere di chi lo sperimenta: è l’aspetto che colpisce il profano perché è una specie di valico che si attraversa quando si entra in una condizione unitaria, è aspetto che rimane costante in filigrana ma convive anche con caratteri e disegni dinamici e altamente creativi non particolarmente interessati a quella connotazione.
La pace nella dimensione unitaria è pacificazione con la conflittualità propria del divenire e del duale ma, assolta e interiorizzata questa, risaltano esperienze molto più pregnanti e impegnative, quelle esperienze che ho sommariamente così elencato: vastità, essenza, presenza, potenza, senso, profondità, gratuità.
Ora, chi mai, sia fra le persone elevate fino al cielo, sia fra gli uomini di quaggiù, sacchi di pelle, a conoscenza o meno della legge di Budda che fluisce nei mille mondi, ha testimoniato che la forma stessa dell’essere corpo è la natura autentica? Solo il venerato Kanadaiba nei mille mondi lo ha testimoniato. Tutti gli altri si sono limitati a testimoniare soltanto che la natura autentica non è né l’occhio che vede, né l’orecchio che ode, né il cuore che conosce. Non hanno potuto testimoniarlo, perché non sapevano che essere corpo è la natura autentica. Non perché il patriarca sia stato avaro di insegnamento, ma perché non erano degni di vedere e sentire, essendo il loro occhio e il loro orecchio ostruiti. Siccome non c’è ancora la conoscenza col corpo, non sono ancora capaci di discernere. Quando osserviamo e veneriamo nella forma della luna piena la manifestazione della pace profonda che è oltre ogni forma, allora avviene che l’occhio non ha alcun posto (fisso) da vedere. Questo è: la giustezza della natura autentica traspare dappertutto in modo chiaro.
[→uma] “Siccome non c’è ancora la conoscenza col corpo, non sono ancora capaci di discernere”: ritorna l’ambiguità dell’espressione “corpo”, cosa significa infatti “non c’è ancora la conoscenza col corpo”? Quale corpo?
Ribadiamo qui quanto affermato nei post precedenti: la natura autentica diviene manifestazione tangibile nei corpi (Essere-Corpo), tangibile per sé e per gli altri. Quando l’individuo è natura autentica – anzi, quando la natura autentica è e determina l’individuo – è sentire del più alto grado e quella vibrazione di sentire pervade inequivocabilmente tutti i suoi corpi e si diffonde attraverso una atmosfera vibratoria pregna di sentire in tutto l’ambiente e così può essere percepita da chi in quell’ambiente risiede.
Non tutti coloro che sono nell’ambiente permeato da quella vibrazione ne hanno la stessa percezione, la differenza è data dalla maturità conseguita dal loro corpo della coscienza/akasico: più il sentire di questo corpo è ampio e strutturato, più essi avranno percezione chiara e inconfondibile di quanto sta avvenendo vibratoriamente. Non è questione di essere degni o no (né Carl Bielefeldt né Nishijiama usano questa accezione negativa), ma di avere i sensi di un corpo sufficientemente sviluppati, l’akasico, in modo che possa recepire/decodificare la vibrazione presente.
Si conosce, sperimenta, comprende la natura autentica attraverso l’esperienza inequivocabile nei corpi che sono lo specchio del sentire, l’abito, la forma del sentire di quell’attimo senza tempo: allora si parla di Essere-Corpo, una percezione precisa e un’esperienza altrettanto definita ma ricca di molte sfumature tutte dipendenti dalla strutturazione del corpo akasico dello sperimentante.
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Fonte: Carl Bielefeldt
Fonte: Gudo Nishijima, Chodo Cross
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
Grazie
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