Fonte: capitolo “Documenti” Shobogenzo zazen shin (anno di redazione da parte di Dōgen:1242) del MANUALE DI MEDITAZIONE ZEN, di Carl Bielefeldt. Berkeley e Los Angeles: University of California Press, 1989.
Quando necessario proporremo la traduzione di Aldo Tollini comparsa nel suo: Pratica e illuminazione nello Shōbōgenzō. Ubaldini editore. Proporremo inoltre alcune traduzioni di Nishijima-Cross.
[→uma] Il grassetto è sempre del curatore e sta a indicare passaggi rilevanti, argomenti che verranno affrontati nei commenti che seguiranno. [/uma]
Stiamo affrontando questi passi di Dōgen che partono dalla risposta di Ta-chi:
‘Mi sono proposto di realizzare un Buddha.’
[CB] Dovremmo chiarire e penetrare il significato di queste parole.
– Cosa significa parlare di creazione/realizzazione di un Buddha (della buddhità, ndr)?
– Significa essere fatto Buddha dal Buddha?
– Significa fare del Buddha un Buddha?
– Significa che emergono uno o due volti del Buddha?
– Si intende forse che fare un Buddha è spogliarsi di corpo e mente, e che l’intenzione di fare un Buddha sia qui intesa come l’atto stesso di questo spogliarsi?
– Oppure l’intenzione di realizzare un Buddha significa che, benché vi siano innumerevoli modi per raggiungere l’illuminazione, questi si complichino proprio in questa intenzione di ‘realizzare un Buddha’?” [/CB]
[→uma] Come ho premesso in (zen24), nessun praticante assennato assoggetta la propria pratica a un fine quindi la discussione tra due maestri su questo tema è surreale e ha senso solo nell’ottica propedeutica.
‘Mi sono proposto di realizzare un Buddha’.
“Ho intenzione di diventare un Buddha”.
Esiste un proposito/intenzione nel praticante? Onestamente, come posso rispondere a questa domanda?
Con la stessa risposta che dà Dōgen qualche passo addietro quando afferma che “quell’intenzione dev’essere presente continuamente, prima, durante e dopo la realizzazione del suo scopo, la buddhità”.
Provo pudore nell’ammettere quella intenzione e mi chiedo perché: è una intenzione che appartiene a me?
Sono mosso da un’intenzione mia? Ta-chi ha un proposito suo, personale, appartenente alla sfera della sua soggettività? Le domande di Dōgen riguardano la sfera della soggettività?
Quando insegnavo, se si fosse presentato qualcuno affermando: “Voglio diventare un Buddha”, cos’altro avrei fatto oltre a mandarlo via?
Nel Sentiero diciamo che siamo mossi, spinti, generati alla vita nella Via da un fuoco; altri dicono da una fede.
Per noi quel fuoco combustore e propulsore è generato dalla comparazione del sentire relativo proprio del corpo akasico con il Sentire Assoluto, dallo stato delle comprensioni acquisite poste in relazione con la Vibrazione Prima: il relativo tende all’Assoluto, la comprensione parziale a divenire conforme al dettame della Vibrazione Prima.
Non riconoscerei dunque un proposito o una intenzione soggettiva, attribuibile cioè a una soggettività: esiste – per la natura stessa del divenire – un tendere verso. Ecco perché Dōgen parla di qualcosa che c’è prima, durante e dopo, ovvero che attraversa il vivere; incarnato o meno che sia, aggiungo.
Il proposito, l’intenzione soggettiva, l’anelito all’unità che sorge come impulso di sé, può esserci nel neofita ma non nel praticante maturo: se chiedo a qualsiasi monaco del Sentiero se è spinto dall’intenzione della buddhità, mi ride in faccia. Un monaco è tale perché asseconda un flusso, non perché vuole. Se vuole è una soggettività che desidera, qualcosa di lontano dalla condizione di monaco.
Precisato questo, hanno un senso le domande successive di Dōgen.
– Cosa significa parlare di creazione/realizzazione di un Buddha (della buddhità, ndr)?
Nei post di commento allo Shōbōgenzō abbiamo più volte affrontato la questione, ma ci torniamo.
- La buddhità è la natura autentica ed è propria a ogni vivente generato da un sentire.
- La questione non riguarda la realizzazione/creazione della natura di Buddha, della natura autentica, ma la sua manifestazione. Non si tratta di creare, generare, realizzare qualcosa che già è, si tratta di lasciare che sia la nostra esistenza, che sia la vita unitaria che viviamo, l’Essere che sentiamo e incarniamo.
- L’unità/buddhità già è, cosa ci separa da essa, cosa ne impedisce la manifestazione?
- È sufficiente affermare: “Sono Quello” per superare la frattura?
- È questione di applicazione volitiva o di abbandono radicale?
La manifestazione della natura autentica avviene quando esiste il ponte tra Essere e divenire: tutte le esistenze in forma umana altro non sono che la costruzione di questo ponte.
Pertanto c’è una natura autentica come condizione di Essere e c’è la costruzione di un ponte con l’Essere che è la natura, lo scopo, la funzione del divenire.
Il divenire è funzionale all’Essere ma è anche Essere incarnato, Essere che prende una forma e si dispiega nel tempo ma il passaggio dalla dimensione di Essere a quella di divenire, dalla natura autentica che È alla natura autentica che diviene vita incarnata, si realizza se nel divenire il corpo akasico ha una struttura.
Non è possibile alcun bypass, alcun cortocircuito che dalla condizione di divenire conduca stabilmente a quella di Essere, sono invece possibili connessioni di diversa profondità e durata e questo a seconda dell’evoluzione del sentire e/o di alcune disposizioni presenti nei corpi, disposizioni proprie dei sensitivi e non sempre indicative di alta evoluzione.
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“Pertanto c’è una natura autentica come condizione di Essere e c’è la costruzione di un ponte con l’Essere che è la natura, lo scopo, la funzione del divenire.”
L’,Essere come condizione e come meta.