Dōgen: realizzare/manifestare un buddha. Zazenshin 3 (zen24)

Fonte: capitolo “Documenti” Shobogenzo zazen shin (anno di redazione da parte di Dōgen:1242) del MANUALE DI MEDITAZIONE ZEN, di Carl Bielefeldt. Berkeley e Los Angeles: University of California Press, 1989.
Quando necessario proporremo la traduzione di Aldo Tollini comparsa nel suo: Pratica e illuminazione nello Shōbōgenzō. Ubaldini editore. Proporremo inoltre alcune traduzioni di Nishijima-Cross.

Quando il maestro Ch’an Ta-chi di Chiang-hsi studiava con il maestro Ch’an Ta-hui di Nan-yüeh, dopo aver ricevuto intimamente il sigillo della mente, sedeva sempre in meditazione. Una volta Nan-yüeh andò da Ta-chi e gli disse: “Degno di rispetto (virtuoso, ndr), cosa pensi di fare, seduto lì in meditazione? ”10.

10 Il Maestro Ch’an Ta-chi è il titolo postumo del famoso Ma-tsu Tao-i (709-88); il Maestro Ch’an Ta-hui è Nan-yüeh Huai-jang (677-744), noto discepolo del Sesto Patriarca. La loro conversazione può essere trovata nel Ching-le ch’uan teng lu: ma si noti che l’introduzione di Dogen alla conversazione qui include elementi dalla biografia di Ma-tsu per far sembrare, come non fa la versione originale, che avesse già ricevuto la certificazione dal suo maestro quando ebbe luogo la conversazione.

Dovremmo concentrarci con calma sull’indagine di questa domanda.
– Significa forse che ci deve essere un percorso al di sopra e al di là della meditazione seduta?
– Non c’è un sentiero da percorrere al di fuori della meditazione seduta?
– Non ci dovrebbe essere alcuna ricerca?
– Oppure si chiede che tipo di ricerca/comprensione avviene nel momento stesso in cui si pratica la meditazione seduta?
Dovremmo fare uno sforzo mirato per capire questo aspetto nel dettaglio. Piuttosto che amare il drago scolpito, dovremmo amare il drago reale. Dovremmo imparare che sia i draghi scolpiti che quelli veri hanno la capacità di produrre nuvole e pioggia.
Non apprezzate ciò che è lontano e non disprezzatelo; diventate completamente familiari con esso.
Non disprezzare ciò che è vicino e non apprezzarlo; acquisisci una completa familiarità con esso. Non prendete alla leggera gli occhi e non date loro peso. Non date peso alle orecchie e non prendetele alla leggera. Fate in modo che i vostri occhi e i vostri orecchi siano chiari e acuti.11

11 Dall’antico detto cinese, “Dare peso alle orecchie e prendere gli occhi alla leggera è il costante difetto dell’uomo comune.” Il “drago scolpito” proviene dall’antica storia del Duca di She, che amava l’immagine del drago ma era terrorizzato dalla realtà. I commentatori fin dai tempi di Kyogo hanno cercato di identificare il “drago scolpito” con la pratica della meditazione e il “drago reale” con il suo frutto (Shobo genzo chukai zensho 4:89), ma il passo potrebbe essere visto meglio semplicemente come un consiglio su come leggere un testo zen.

Chiang-hsi (Ta-chi , ndr) disse: ‘Mi sono proposto di realizzare un Buddha.’

[CB] Dovremmo chiarire e penetrare il significato di queste parole.
Cosa significa parlare di creazione (manifestazione) di un Buddha?
Significa essere fatto Buddha dal Buddha?
Significa fare del Buddha un Buddha?
– Significa che emergono uno o due volti del Buddha?
Si intende forse che fare un Buddha è spogliarsi di corpo e mente, e che l’intenzione di fare un Buddha sia qui intesa come l’atto stesso di questo spogliarsi?
– Oppure l’intenzione di realizzare un Buddha significa che, benché vi siano innumerevoli modi per raggiungere l’illuminazione, questi si complichino proprio in questa intenzione di ‘realizzare un Buddha’?” 12

12 “Svincolarsi [corpo e mente]” (shinjin datsuraku) è il famoso termine di Dogen per l’illuminazione zen. “Intricato” qui traduce katto [su], la forma verbale di Dogen delle “viti e rampicanti” usata nello Zen per esprimere le complicazioni spirituali del linguaggio, inclusa la lingua del discorso zen sulla base della quale il meditante “si figura (coltiva l’intenzione, ndr) di diventare un Buddha.” [/CB]


[Tollini traduce] Kôzei disse: “Ho intenzione di diventare (manifestare) un Buddha“.
Dobbiamo chiarire il significato di queste parole.
– Cosa si deve intendere con “diventare (manifestare) un Buddha”?
– Vuole dire diventare (manifestare) un Buddha per mezzo del Buddha?
– O vuole dire il diventare (manifestare) un Buddha costruito dal Buddha stesso?
– Vuol dire diventare (manifestare) un Buddha facendo apparire una faccia o le due facce del Buddha?
– L’intenzione di diventare (manifestare) un Buddha è lasciar cadere e il lasciar cadere è il diventare un Buddha?
– O ancora benché diventare un Buddha significhi molte cose diverse, diventare un Buddha sta tutto dentro questa “intenzione” ?97

97 Questa domanda e la precedente sono domande retoriche e vanno intese come affermazioni. [/T]

Il commento di Tollini
La risposta alla domanda è decisiva: “Ho intenzione di diventare un Buddha”. Ma cosa vuol dire “diventare un Buddha”? E poi cosa è l'”intenzione”? È forse il lasciar cadere il proprio io e diventare un Buddha? E diventare un Buddha dipende da questa intenzione? Una cosa è certa: “Lo zazen è sicuramente l’intenzione di diventare un Buddha“. Se non fosse così nessuno intraprenderebbe la Via e si dedicherebbe alla pratica.

Tuttavia, detto questo, bisogna chiarire questa “intenzione” poiché essa ha un ruolo cruciale nella pratica. Nella concezione corrente l’intenzione di diventare un Buddha è presente prima della realizzazione del suo scopo. Dopo, evidentemente, non ha più senso. Tuttavia, la concezione di Dôgen è diversa, infatti egli sostiene che questa intenzione dev’essere presente continuamente, prima, durante e dopo la realizzazione del suo scopo, la buddhità. Questo significa che “l’ intenzione di diventare un Buddha” deve esserci anche dopo essere diventati Buddha e che non ha nulla a che fare con il raggiungimento della meta prefissa. Essa, nella concezione di Dôgen, quindi, non è un “mezzo” per giungere all’illuminazione.

Che ruolo ha questa “intenzione” nel “diventare un Buddha”, ossia qual è la relazione tra “intenzione” e “diventare un Buddha”? Questa intenzione fa sì che altre intenzioni collaterali si sviluppino e siano presenti nella nostra mente. Sono intenzioni con sfumature diverse ma tutte sono la diretta realizzazione della buddhità e non dobbiamo evitarle. In altre parole, è naturale che l’intenzione sia presente nel praticante, e che questa intenzione sia accompagnata da altre intenzioni che rivelano la presenza di un io attivo. Tuttavia, rifiutarle o evitarle sarebbe perdere la vita, cioè perdersi nell’illusione perché sarebbe forzare noi stessi e alla fine rafforzare la presa dell’io su noi stessi. Insomma, un modo per entrare in un vicolo cieco. Abbandonarle è la vera Via da percorrere, lasciando che questo groviglio di intenzioni sia e venga, ma allo stesso tempo non alimentandolo, così che si esaurisca.

Allora, queste intenzioni di diventare un Buddha diventano il terreno stesso della buddhità e si trasformano nella vera pratica della Via. La quale non consiste per Dôgen nel vuoto artificiale, ma in una prassi dinamica in cui l’io si confronta ogni momento con se stesso ed è capace di astrarsi dal coinvolgimento.
In altre parole, l’io non si abbandona cacciandolo via, ma superando di volta in volta il suo tentativo di adescamento, sulla base di una libertà che ci rende indipendenti dai suoi condizionamenti. È chiaro, allora che i coinvolgimenti stessi sono il materiale della “costruzione del Buddha”.
Perciò dice ” l’intenzione di diventare un Buddha è lasciar cadere e il lasciar cadere è il diventare un Buddha?”, che è una domanda retorica, cioè affermativa. La buddhità sta nel lasciar cadere: i pensieri, le preoccupazioni, i coinvolgimenti, le intenzioni, il corpo/mente, in definitiva, l’io e tutto ciò che ne fa parte. Allora, liberi dall’io, senza pensieri, senza intenzioni, nella dimensione del senza-pensiero, si è il Buddha. [/T]


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