Lo stolto pensa che il venerato si mostra come luna piena perché assume apposta quella forma: questa è la concezione errata di quei discepoli così eccellenti nel non aprirsi alla via di Budda. In quale tempo di quale luogo esiste qualcosa che si attua come altro che non è il suo corpo?
Davvero sappi che in quell’occasione il venerato semplicemente stava seduto sul cuscino. Il suo modo di essere corpo non differiva da come chiunque tutt’oggi siede. Proprio questo essere corpo è essere la forma della luna piena. Essere corpo non è essere quadrato o rotondo, né essere o non essere, né apparire o disparire, non è le ottantaquattro mila aggregazioni; è semplicemente essere corpo. La luna di la forma della luna piena è quella luna che ti fa dire è liscio, è ruvido, a seconda del posto dove ti trovi. Siccome questo essere corpo è togliere di mezzo lo spadroneggiare dell’io, non appartiene a Nagarjuna, ma è il corpo di tutti i Buddha. Siccome è manifestazione diretta, traspare attraverso il corpo di tutti i Buddha. Per questo motivo nemmeno è limitato all’ambito dei Buddha.
[Carl Bielefeldt traduce] Ciò che è importante che tu riconosca è semplicemente che, in quel momento, il Venerabile era seduto sulla piattaforma elevata di un insegnante di Dharma. Il suo corpo si mostrava nello stesso modo in cui si mostra il corpo di chiunque sia seduto qui ora, poiché questo nostro corpo è, di fatto, una manifestazione della Luna al suo apice. La sua manifestazione del Corpo Spirituale va oltre l’essere qualcosa di quadrato o rotondo, oltre l’essere qualcosa che esiste o non esiste, oltre l’essere qualcosa di nascosto o rivelato, oltre l’essere qualcosa che consiste di ottantaquattromila componenti: è semplicemente la manifestazione del suo Corpo Spirituale.
“L’aspetto della Luna Piena” descrive la Luna implicata nel commento di Fuke, “Proprio qui è dove c’è ciò che è, sia che la questione venga espressa in modo goffo o delicato.”22 Poiché questa manifestazione del suo Corpo Spirituale è priva di qualsiasi orgoglio arrogante, va oltre il suo essere Nāgārjuna; è la presenza fisica di tutti i Buddha. Poiché l’ha mostrata, il suo Corpo Spirituale attraversa e oltrepassa la presenza fisica di tutti i Buddha. Pertanto, non ha alcuna connessione con ciò che può trovarsi alla periferia della Via del Buddha.
22. Questo commento appare in una delle storie contenute nel Shinji Shōbōgenzō cinese di Dōgen. La storia completa è tradotta nell’Addendum immediatamente successivo a questo discorso. [/CB]
[→uma] “Proprio questo essere corpo è essere la forma della luna piena”. “È semplicemente essere corpo”. [F-M]
“È semplicemente la manifestazione del suo Corpo Spirituale“. [CB]
Se Forzani-Mazzocchi avessero tradotto Essere-Corpo (“Proprio questo essere corpo è essere la forma della luna piena”) non avrei bisogno di questo inciso ma, in assenza, occorre precisare cosa sia questo essere corpo che io intendo come Essere-Corpo.
Essere+Corpo equivale a dire: l’Essere unitario nei corpi dell’individuo. La contemplazione dell’attimo presente in cui esiste l’unità dei corpi è l’esperienza contemplativa dell’Essere-Corpo, esperienza che in alcun modo rimanda al corpo fisico percepibile con i sensi fisici, ma riguarda il sentire un insieme unitario che accade.
Secondo la mia comprensione, l’espressione: “È semplicemente essere corpo” si può penetrare solo in un’ottica contemplativa: Essere-Corpo è qualcosa che chi pratica zazen, o il contemplativo aldilà dello zazen, conosce bene perché è l’esperienza dell’incarnazione nel momento eterno dell’unità dell’Essere.
In zazen, mentre siedi immobile come una pietra, può accadere che tu senta l’interezza di quello stare, la sua totalità totalizzante: una unità d’Essere di cui siamo impregnati, unità in sé e con tutto ciò che sarebbe oltre sé ma non in quel caso, perché lì siamo nel Ciò-che-È che tutto tiene in sé.
Una totalità unitaria fortemente radicata nell’attimo e in ogni piano della incarnazione che in quell’attimo accade (perfettamente radicati, perfettamente unitari), una totalità inconfondibile, inconfutabile, esperienza vivida che accade perché non c’è alcun soggetto sulla scena, e quindi è imprecisa l’espressione che sopra ho usato “siamo impregnati” che sembra presupporre qualcuno che è impregnato: non c’è un soggetto impregnato, c’è l’essere-pietra, l’Essere-Corpo, niente altro.
La consapevolezza di questo scomparire del soggetto e dell’affermarsi della totalità unitaria dell’adesso, totalità che si realizza nella unità di tutti i corpi e di tutto l’ambiente in cui essi accadono, è veramente fondamentale per il contemplativo perché è l’esperienza concreta che inscrive nella “carne” dei corpi, nelle “ossa” e nel “midollo” la natura autentica che lo determina: è l’esperienza che testimonia che non è un pazzo farneticante e che nei corpi unitari, adesso, accade la pienezza dell’Essere (la luna piena).
Allo stesso modo accade, ad esempio, mentre il contemplativo cammina e diviene il camminare, l’essere camminato: non “io cammino” ma “avviene il camminare”: quando l’Essere-Unità accade, tutto è Unità, canta e dichiara l’Unità e non c’è spazio per alcun protagonismo, o residuo di esso, perché siamo su un altro piano, non nel divenire di me, ma nell’Essere/Sentire.
Fonte: Busshō. La natura autentica, di Eihei Doghen. A cura di Giuseppe Jiso Forzani. Edizioni EDB, Bologna, marzo 2000.
Fonte: Carl Bielefeldt
Nota del curatore
Lavorando sullo Shōbōgenzō di Dōgen e non volendo in alcun modo produrre una esegesi delle sue parole, la mia unica preoccupazione è: di fronte a questo concetto, a questa visione, a questo stato che Dōgen dichiara, io cosa provo, cosa sento? Sono capace di indagare il mio interiore nella sottigliezza di certi stati, e possiedo un linguaggio, dei simboli per trasmettere il provato/sentito?
Dōgen mi mette con le spalle al muro e, quando fatico per attraversare le nebbie del testo tradotto, il mio intento è quello di giungere a cosa sentiva lui, a quale sentire rimanda la sua parola, per compiere il percorso che dal suo simbolo mi conduce a ciò che sento. È nel sentire che lo incontro, passando attraverso le nebbie delle parole e dei concetti.
Il passo successivo è: posso osare trasmettere ciò che sento utilizzando il linguaggio simbolico che mi è proprio e che credo sia, in questo tempo, più universale di quello tramandatoci dagli antenati?
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“Sentire un insieme unitario che accade”.
Sintesi perfetta dell’emergere della dimensione contemplativa. Grazie