Fonte: capitolo “Documenti” Shobogenzo zazen shin (anno di redazione da parte di Dōgen:1242) del MANUALE DI MEDITAZIONE ZEN, di Carl Bielefeldt. Berkeley e Los Angeles: University of California Press, 1989.
Quando necessario proporremo la traduzione di Aldo Tollini comparsa nel suo: Pratica e illuminazione nello Shōbōgenzō. Ubaldini editore. Proporremo inoltre alcune traduzioni di Nishijima-Cross.
[→uma] Il grassetto è sempre del curatore e sta a indicare passaggi rilevanti, argomenti che verranno affrontati nei commenti che seguiranno. [/uma]
Il brano in discussione è il seguente:
Il punto essenziale che contraddistingue questa [indagine] è [la comprensione] che esiste una pratica di un Buddha che non cerca di realizzare un Buddha. Trattato nel post precedente
Poiché la pratica di un Buddha non è quella di realizzare un Buddha, è la realizzazione del koan.
Il Buddha incarnato non realizza un Buddha; quando i cesti e le gabbie vengono rotti, un Buddha seduto non interferisce con la realizzazione di un Buddha.
Proprio in questo momento, da mille, diecimila epoche passate, dal principio, abbiamo il potere di entrare nel Buddha e di entrare nel Mara.
[→uma] “Il Buddha incarnato non realizza un Buddha”; quando i cesti e le gabbie vengono rotti, un Buddha seduto non interferisce con la realizzazione di un Buddha.
Tollini traduce: “Il corpo-Buddha non diventa un Buddha” (perché lo è già).
Nischijiama-Cross traducono: “Il corpo-buddha è completamente al di là del divenire buddha” [ma] quando le reti e le gabbie vengono spezzate, il buddha seduto non ostacola affatto il diventare buddha.
Noi interpretiamo così: l’esperienza dello “stare” non ha scopo, quell’essere unità che si sperimenta da incarnati e che è la manifestazione dell’Essenza, della natura autentica, non diventa altro da quello che è (non diventa Buddha) perché è già altro dal divenire e dalle sue logiche. È esperienza dell’Essere completamente aldilà del divenire e, per sua natura, non diviene, è.
Nel divenire, quando ogni condizionamento viene meno, l’esperienza unitaria affluisce copiosa e la natura umana del contemplante (il buddha seduto) – con le sue inevitabili limitazioni – non interferisce con la manifestazione della natura autentica.
“Abbiamo il potere di entrare nel Buddha e di entrare nel Mara”.
Quando, da incarnati, sperimentiamo l’unità d’Essere, la sentiamo come esperienza inequivocabile nell’unità dei corpi (corpo-buddha), nell’esperienza dello “stare”, allora limite e non limite sono completamente superati.
Il limite apre al non limite e il non limite contempla il limite: la consapevolezza abbraccia i due stati e li supera entrambi.
È chiaro che non c’è possibilità di manifestazione del non limite se non c’è conoscenza e accoglienza del limite: l’unità non avviene aldilà del limite, nella sua trascendenza, ma nella sua integrazione. Cosa significa integrare il limite? Conoscerlo, accoglierlo, contemplarlo.
Il passaggio decisivo tra limite e non limite avviene attraverso la contemplazione: sento quello che fino a ieri chiamavo limite come un semplice fatto, come Ciò-che-È. Tutto, limite e non limite diviene semplicemente Ciò-che-È.
È approdo possibile perché dalla dimensione duale la consapevolezza del sentire è approdata alla dimensione unitaria: ciò-che-accade e ciò-che-è sono sentiti solo come fatti e sottratti a qualsiasi qualificazione. Sono contemplati, ovvero sentiti per quello che sono nell’attimo eterno, estratti dalla sequenza del divenire in cui provengono da e vanno verso.
Ogni categoria del divenire scompare, ogni finalità e ogni scopo non hanno più senso: i fatti sono solo fatti, gli stati solo stati, l’accadere solo accadere, il sentire solo sentire.
Non ha più alcun senso parlare di Buddha e di Mara, sono anni luce lontani. Però questo è accaduto perché si è superata la trappola del limite che rappresenta uno dei mezzi principali di individuazione: sono, esisto, mi definisco come soggetto perché ho un limite.
Illuminato il gioco malsano con l’esperienza della contemplazione dell’Essere, dell’Essere che diviene “stare”, corpo, esperienza incarnata e vivida, la comprensione avanza, si iscrive nel corpo akasico e diviene possibilità strutturale: l’esperienza unitaria esce dalla episodicità e diviene condizione di fondo, integrazione unitaria di tutti i piani dell’essere – quelli duali e quelli unitari: il limite è limite da un certo punto di vista, il non limite è non limite da un altro punto di vista, ma da un punto di vista terzo – da un sentire unitario – siamo oltre limite e non limite.
Limite e non limite esistono nelle loro dimensioni relative e illusorie, ma oltre il relativo esiste il sentire entrambi come dato unitario indissolubile. Non gli opposti, dunque, non la loro semplice integrazione, ma l’operare del principio 1+1=3.
[Pubblichiamo alcuni materiali relativi alla zen, alle sue origini e al suo sviluppo nella convinzione che molto si possa indagare non mossi da una intenzionalità speculativa e intellettuale, ma dall’esigenza di chiarire i cardini fondamentali del pensiero di Dōgen – e dello zen classico – quali, tra gli altri, l’equiparazione tra pratica e illuminazione o il senso stesso di pratica e tanto più quello di illuminazione. Cardini non secondari per la vita e l’esperienza di un contemplativo che a ogni istante del suo esistere si confronta con questi temi e dunque si interroga e propone la sua interrogazione.
Dopo la pubblicazione di alcuni materiali che preparino il terreno e illuminino su una complessità mai esaurita, affronterò questi temi:
1. La realtà che definiamo Essere, o natura autentica.
2. Cosa si intende per illuminazione nel Sentiero e l’irrealtà dell’illuminazione istantanea.
3. Cosa si intende per pratica e l’azzardato e relativo parallelo tra pratica e illuminazione.
4. La demitizzazione della nozione di pratica e di illuminazione e la reale tensione tra divenire ed Essere.
5. Formazione e contemplazione in una via spirituale nel XXI secolo. Qui la raccolta dei post]
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