Fonte: capitolo “Documenti” Shobogenzo zazen shin (anno di redazione da parte di Dōgen:1242) del MANUALE DI MEDITAZIONE ZEN, di Carl Bielefeldt. Berkeley e Los Angeles: University of California Press, 1989.
Quando necessario proporremo la traduzione di Aldo Tollini comparsa nel suo: Pratica e illuminazione nello Shōbōgenzō. Ubaldini editore. Proporremo inoltre alcune traduzioni di Nishijima-Cross.
[→uma] Il grassetto è sempre del curatore e sta a indicare passaggi rilevanti, argomenti che verranno affrontati nei commenti che seguiranno. [/uma]
La trasmissione unica di questo [stare seduti nell’immobilità] da parte di Yüeeh-shan rappresenta la trentaseiesima generazione direttamente dal Buddha Sakyamuni: se risaliamo da Yüeh-shan per trentasei generazioni, arriviamo al Buddha Sakyamuni. E in ciò che è stato così correttamente trasmesso [dal Buddha] c’era già il pensiero di non pensare di [Yüeh-shan].
Recentemente, tuttavia, alcuni stupidi analfabeti dicono: “Una volta che il seno è privo di preoccupazioni, lo sforzo concentrato nella meditazione seduta è uno stato di pace e calma.” Questa visione non si confronta con quella degli scolastici Hinayana; è inferiore persino ai veicoli degli uomini e degli dèi.7 Come si potrebbe chiamare un [che sostiene una tale visione] un esperto che studia l’insegnamento del Buddha? Attualmente, ci sono molti praticanti di questo tipo nel Grande Sung. Che tristezza che il cammino dei Patriarchi sia diventato incolto. [/CB]
7 I “veicoli degli uomini e degli dèi” (ninten jo) sono gli approcci “pre-Hinayana” alla religione, il più basso dei cinque veicoli tradizionali.
[Tollini traduce] Tuttavia, recentemente delle persone stupide dicono: “Il mezzo dello zazen è di ottenere di non aver in petto alcunché; cioè esso è uno stato di pace e tranquillità”. Questo modo di vedere non è neppure all’altezza della scolastica dell’Hinayana ed è anche inferiore al veicolo degli uomini e del cielo. (Chi ha questa visione) come può essere detto uno studioso del buddhismo? Attualmente, nella Cina della dinastia Song sono numerose le persone che praticano in questo modo; com’è triste vedere lo sconvolgimento della via dei patriarchi! [/T]
Poi c’è un altro tipo [che sostiene] che perseguire il cammino attraverso la meditazione seduta è una funzione essenziale per la mente del principiante e per lo studente avanzato, ma non è necessariamente un’osservanza dei Buddha e dei Patriarchi. Camminare è Zen, sedere è Zen; sia nel parlare che nel silenzio, nel movimento o nel riposo, la sostanza è la stessa.
[Pertanto, dicono] non aderire esclusivamente allo sforzo concentrato presente [della meditazione seduta]. Questa visione è comune tra coloro che si definiscono una branca della [linea] Lin-chi. È a causa di una carenza nella trasmissione della linea ortodossa dell’insegnamento del Buddha che dicono questo. Cos’è la “mente del principiante?” Dove non c’è mente del principiante? Dove lasciamo la mente del principiante?
Sia noto che, per lo studio della via, il mezzo di indagine stabilito è la ricerca della via nella meditazione seduta.
Il punto essenziale che contraddistingue questa [indagine] è [la comprensione] che esiste una pratica di un Buddha che non cerca di realizzare un Buddha.
Poiché la pratica di un Buddha non è quella di realizzare un Buddha, è la realizzazione del koan.
Il Buddha incarnato non realizza un Buddha; quando i cesti e le gabbie vengono rotti, un Buddha seduto non interferisce con la realizzazione di un Buddha.
Proprio in questo momento, da mille, diecimila epoche passate, dal principio, abbiamo il potere di entrare nel Buddha e di entrare nel Mara.
Camminando avanti o indietro, la sua misura riempie i fossati e le fosse. [/CB]
[Tollini traduce] Bisogna sapere che perseguire lo studio della Via è seguire la Via dello zazen.
Il concetto fondamentale di ciò, è che (lo zazen) è una pratica del buddhismo che non cerca di far diventare un Buddha.85
Proprio perché la pratica del buddhismo non consiste nel diventare un Buddha, il kôan viene realizzato.86
Il corpo-Buddha non diventa un Buddha87;
quando i lacci sono spezzati il Buddha seduto non ostacola il diventare Buddha.
In quel momento, da mille anni, da diecimila anni, fin dall’inizio, abbiamo la forza di entrare nel Buddha e di entrare in Mara.88
Andando avanti o andando indietro, vi è facilmente la capacità di riempire fossi e valli.89
85 Poiché la pratica in sé è già illuminazione.
86 Il “kôan realizzato” o in originale: genjô kôan significa giungere alla comprensione della realtà e
quindi è sinonimo di risveglio.
87 Non “diventa” perché lo è già.
88 Nella mitologia buddhista Mara è il dio negativo che rappresenta l’illusione e che tenta gli asceti
cercando di distoglierli dalla pratica. L’espressione “entrare nel Buddha e di entrare in Mara” significa
che siamo liberi di entrare nell’illuminazione oppure nell’illusione senza venirne contaminati.
89 Questa frase dà visivamente l’immagine della libertà acquisita da colui che è giunto a ottenere la
Via: può andare e venire a piacimento ed è in grado di fare qualunque cosa (“riempire fossi e valli”). [/T]
[→uma] “Una pratica di un Buddha che non cerca di realizzare un Buddha”
Non si pratica per uno scopo. Un Buddha, un risvegliato, è un “senza scopo”. Non perseguire uno scopo nella propria intenzione non significa non avere una funzione per altri, nella vita di altri, significa non attribuirsi meriti, nemmeno quello di essere “mezzo”, “strumento”. Nel vuoto di ogni personale pretesa la nostra esistenza accade e influisce sulle vite degli altri così come agli altri è esistenzialmente necessario.
Queste affermazioni non sono così ovvie come possono sembrare perché molte sono le implicazioni nella vita pratica soprattutto quando si ricopre una funzione di guida: accompagnare qualcuno significa elaborare una pedagogia e una didattica che, necessariamente, si incrociano con la questione del “senza scopo”.
Accompagni, insegni e non hai scopo. Entri in relazioni profonde e non hai scopo: non è così semplice perché la relazione sfida ogni atomo dell’umano, del compreso e del non compreso e nessuno è perfetto. Questo significa che il “senza scopo” è un processo, è l’officina di chi guida, il suo modo di essere libero passando attraverso al limite, dentro al limite: abbiamo il potere di entrare nel Buddha e di entrare nel Mara.
Il “senza scopo” come processo è vivere all’interno di una forbice i cui estremi sono il Ciò-che-È e l’illusione: vivere dentro quella tensione senza recidere la radice del divenire e senza precipitarvi dentro.
Sono dinamiche che il contemplativo conosce bene perché le affronta ogni giorno: il Ciò-che-È è un regno, una dimensione data ed esperibile, avvolgente e totalizzante; il divenire è un mondo, uno stato dell’esistere altrettanto potenzialmente totalizzante, da entrambi il contemplativo è libero perché entrambi conosce, comprende, ed entrambi sono pelle, carne, ossa e midollo.
Per chi ci legge può essere difficile comprendere come il Ciò-che-È possa essere una pericolosa unilateralità: non lo è in sé, lo diviene per quello che si innerva nel viverlo. Questo non ha niente a che fare con: “Sono incarnato debbo mantenere i piedi per terra e stare in ciò che mi si offre”.
Essere il Ciò-che-È non è una esperienza che non ha un prezzo: giorno dopo giorno il Ciò-che-È avvolge, permea, è ogni istante del vivere, l’istante diviene quello, ha quella Essenza. Ma questo non è sostenibile dai corpi transitori per tutto il tempo, di conseguenza è un ritmo fatto di Ciò-che-È e di “sospensione”: non ho detto di Ciò-che-È e di “divenire” ma di Ciò-che-È e di “sospensione”, dove la “sospensione” è uno stato che naturalmente è aperto sia al “divenire” che al Ciò-che-È.
Il contemplativo perde l’aderenza/identificazione con il divenire, diviene uno straniero, uno in sospensione tra casa, il Ciò-che-È, e un indefinito stato di Essere che è come un Ciò-che-È allentato, giusto per dar spazio ai corpi transitori affinché non si logorino e possano ritemprarsi.
In altre parole, il contemplativo vive questo ritmo: Ciò-che-È-pausa-Ciò-che-È-pausa-Ciò-che-È.
Nella pausa tutto tende al Ciò-che-È ed è qui che si insinua il condizionamento possibile: un “tendere verso” che è un modo sottilissimo di introdurre una finalità e uno scopo. La pausa diviene il presente che prepara un altro presente, il Ciò-che-È, e invece deve essere un presente totale, un presente eterno.
Il contemplativo vive come tutti diversi livelli di illusione, più grossolani e più sottili, ma c’è un chiaro sofisticarsi di essa, un divenire sottile, invisibile, anche plausibile. Dunque sottilmente pericolosa.
[Pubblichiamo alcuni materiali relativi alla zen, alle sue origini e al suo sviluppo nella convinzione che molto si possa indagare non mossi da una intenzionalità speculativa e intellettuale, ma dall’esigenza di chiarire i cardini fondamentali del pensiero di Dōgen – e dello zen classico – quali, tra gli altri, l’equiparazione tra pratica e illuminazione o il senso stesso di pratica e tanto più quello di illuminazione. Cardini non secondari per la vita e l’esperienza di un contemplativo che a ogni istante del suo esistere si confronta con questi temi e dunque si interroga e propone la sua interrogazione.
Dopo la pubblicazione di alcuni materiali che preparino il terreno e illuminino su una complessità mai esaurita, affronterò questi temi:
1. La realtà che definiamo Essere, o natura autentica.
2. Cosa si intende per illuminazione nel Sentiero e l’irrealtà dell’illuminazione istantanea.
3. Cosa si intende per pratica e l’azzardato e relativo parallelo tra pratica e illuminazione.
4. La demitizzazione della nozione di pratica e di illuminazione e la reale tensione tra divenire ed Essere.
5. Formazione e contemplazione in una via spirituale nel XXI secolo. Qui la raccolta dei post]
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Da rileggere. Grazie