7 domande per ogni giorno della vita

Al risveglio
Qual è la mia relazione con la Sorgente?
Come mi radico in Essa?

Chi genera la vita che chiamo mia e che vivrò nelle ore che mi attendono?
Da dove sorgono le scene che mi si presentano?

Certo dalla mia identità, a volte, ma, molto più spesso per non dire quasi sempre, dal sentire che mi costituisce, dalla coscienza che mi genera e che le genera.
Pur nella limitata percezione che ho di me e del reale, posso impostare la mia giornata su questa memoria del Reale mio e di tutti coloro che andrò incontrando?

Posso aprirmi alla Sorgente di me, dell’altro, di ogni fatto? E come?
Non sono le sensazioni la porta per l’Essere?
Allora, sono qui, sono vivo; mi lavo, mi vesto, faccio colazione: è scontato tutto questo, è un diritto che nessuno mi può togliere?
Non è affatto scontato, e non ho alcun diritto, la vita è un dono: ogni giorno, ad ogni ora.
Me lo ricordo? O sono già lanciato nella corsa di quello che farò, che vivrò?
Ecco, se ho spostato la mente avanti, sono già uscito dal Reale e dalla Sorgente che mi genera, sono già in quel niente che quando sarà sera mi vedrà affaticato e frustrato.

Se-Dio-vorrà avrò una giornata da vivere: se-Dio-vorrà.
Questo è il piede giusto con il quale partire, la consapevolezza giusta dello stato delle cose, dell’ordine dell’universo: se-Dio-vorrà.

Allora, proprio perché ogni respiro, ogni passo, ogni parola dipendono dalla volontà di Dio, io vivrò ogni attimo, ogni presente di quella volontà e non fuggirò dietro alle proiezioni e ai bisogni della mia identità: starò sui piccoli fatti e ad ognuno di questi, nel mio intimo, dirò grazie.

Grazie perché accadi, volto di Dio nelle sembianze di una fetta di pane, di un caffè, della bizza di un figlio, della distrazione di un partner, di una perdita del rubinetto dell’acqua, di un raggio di luce tiepido.
Sono vivo perché Dio accade in me come in tutti gli esseri: le sensazioni che io sento sono sentite anche da Dio; i miei pensieri sono anche pensati da Dio.
Mi apro al giorno che viene nella speranza di poter ascoltare ed obbedire il pensiero di Dio, di poter essere la sua voce, il suo braccio, le sue gambe.

Mattino
Cosa sto facendo, dove sto andando rispetto a ciò che sono e che voglio essere?
Sto obbedendo al mio progetto esistenziale?

Qualunque cosa io stia facendo, essa è la mia vita e merita la massima attenzione e la totale dedizione.
Se sono sciatto, semino sciatteria e la riceverò in dono.
Se sono irrispettoso, giustamente non mi rispetteranno.
Se sono rabbioso, mi ammorberò della mia ira.
Se sono egoista, edificherò le pareti della mia prigione.
Se non accolgo, non mi accoglieranno.

Dove sto andando mentre giro come una trottola, chi ne trarrà beneficio?
Mentre mi tuffo nel fare, posso divenire consapevole di ogni pausa tra un respiro e l’altro, tra un gesto e l’altro? O mi faccio portare dalla foga?
Voglio vivere nella foga? È questo che ho progettato per me in questo giorno?
L’inconsapevolezza è la mia stella polare? O desidero essere presente ad ogni fatto?

Mentre dispiego questo mio modo presente, esso corrisponde a ciò che sono e al progetto esistenziale che sento appartenermi?
O sono fuori posizione e sto vivendo gesti, pensieri, intenzioni che solo in parte mi corrispondono?
E perché accetto di vivere una vita non mia?
E sono certo che questa vita non sia adatta a me e non sia invece il mio modo di affrontarla ad essere sbagliato, o non adeguato?

Sono consapevole di cosa i singoli fatti mi stanno portando come insegnamento?
Mi è chiaro cosa l’altro da me mi sta dicendo di cambiare, non tanto perché fa male a lui, ma in quanto fa male innanzitutto a me?
Mi sto intossicando dei miei pensieri, delle mie emozioni, delle mie azioni? E se sì, intendo provvedere, o dovrò farmi male prima di fermarmi?

In ogni piccolo gesto che compio, in ogni pensiero, in ogni intenzione, c’è premura per l’altro che mi sta di fronte?
C’è sollecitudine, attenzione, disponibilità ad ascoltare e a provvedere?

Pranzo
Cosa condivido con l’altro da me, con colui che mi svela e mi conduce nei passi del mio esistere?
Esisto solo io o esiste un microcosmo attorno a me?
E lo riconosco? Ne valorizzo la funzione non escludendolo dalla mia vita?

Mi fermo per mangiare e posso farlo da solo o in mezzo a mille, la sostanza non cambia: sono grato per questo cibo?
Per chi l’ha coltivato e lavorato?
Per chi l’ha preparato?
Per chi smaltirà il tovagliolo in cui è incartato?
O tutto questo non mi riguarda, sono minuzie irrilevanti per uno che ha cose importanti da fare, o da pensare?

Facile essere buzzurri, basta mettere al centro sé.

Mentre io mangio e compio questo gesto primario, anche altri mangiano e altri, tanti, tantissimi, sempre spaventosamente troppi, non mangiano perché non hanno di che mangiare.
Altri hanno il cibo, ma le loro menti, o i loro corpi, non possono assumerlo, o assimilarlo.

Io mangio, ma vorrei che ogni essere potesse mangiare, che ne avesse, che potesse assumerlo in autonomia, che quel cibo lo saziasse e non lo avvelenasse.

Io mangio, e condivido questo gesto con tutti gli esseri del cosmo, di qualunque sostanza od essere essi si nutrano: non mangio solo, chiuso nella mia piccola e asfittica mente, mangio con tutti i viventi, mi nutro dell’essere di Dio che prende la forma di una vibrazione, di un minerale, di un vegetale, di un animale.

Questi esseri che stanno attorno a me, che vivono nella mia casa, nella mia città, nel mio paese li sento parte di questo tavolo di una mensa, di questa panchina sulla quale siedo aspettando un treno, di questo angolo di ristorante, di questa cucina di casa mia?
O, questi esseri, sono solo coreografia ed inciampo nella mia vita?
Non sono forse collaboratori efficaci che come me mangiano il pane di Dio, lavorano il lavoro di Dio, amano dell’Amore di Dio?
E se sono questo, posso rivolgere loro una parola, un sorriso, una attenzione magari minuta?

Non sono una belva feroce che deve difendere la carogna che sta sbranando da altre belve feroci, e non sono una monade chiusa nel proprio involucro: cibarsi e aprire l’essere ad altri esseri.
Mi cibo di esseri viventi, non magio pietre, e mentre mi cibo attorno a me vivono, pulsano, lavorano, nascono, muoiono esseri viventi: dove sono io?
Dove è la mia consapevolezza di essere parte di un grande, immenso respiro?

Pomeriggio
Come posso tenere assieme me e l’altro da me, eremo e cenobio, stare e fare?

Mentre le ore del giorno passano vedo con più chiarezza me, il mio lavoro, l’altro da me, il suo lavoro. Lavoro pratico e lavoro esistenziale, faticoso ed impegnativo il secondo come il primo.
Qualunque cosa io stia vivendo, vedo la simultaneità di eremo e cenobio?
Esiste in me la consapevolezza della unicità della mia vita e del mio essere che vibrano creando possibilità, e che, simultaneamente, sono parte di un tutto complesso e armonioso senza del quale io, né la mia vita, potremmo essere?

Mentre opero qualsiasi azione, mentre qualunque fatto mi attraversa, colgo la pausa tra fatto e fatto?
La pausa tra pensiero e pensiero, tra parola e parola, tra gesto e gesto?
Lo stare coabita con il fare?
Lo sguardo contemplativo sa fondersi con la praticità, la prontezza, la reattività, e viceversa?

Nel mentre trascorro queste ore, come percepisco il confine tra me e ciò che è oltre me?
Mi muovo come fossi all’interno di uno scafandro?
Sono così permeabile da farmi inutilmente ferire?
Sono rigido come il metallo, malleabile ma senza forma come la sabbia?
Costruisco e distruggo confini? O erigo barricate e risentimenti?
Mi faccio prevaricare incapace di un sano confine?
Dico dei no che sono dei ni e dei si che sono dei forse?
Sono capace di onestà e chiarezza nei miei confronti? E verso gli altri?

Tramonto
Ho fatto, pensato, sentito ciò che potevo in coerenza con ciò che sentivo?
Con quale dedizione, apertura d’animo e compassione mi presento a chi mi è più caro?

Mi avvio verso casa e osservo la mia giornata e faccio un primo, approssimativo bilancio: sono stato coerente con quanto sentivo, oppure ho vissuto la vita pensata da un altro per me?
Certo, il lavoro che svolgo non necessariamente mi corrisponde; le persone che incontro non sono quelle che ho scelto, ma la questione non è questa.
Rispetto a ciò che viene, a chi viene, sono stato capace di integrarli nella mia vita come “fatti-che-insegnano”?
Quando sono in coerenza con il mio sentire? Quando vivo ciò che mi piace? O quando, da ciò che accade so trarre il succo esistenziale?

Se guardo ai fatti di questa giornata, pochi erano quelli che mi corrispondevano naturalmente, poche le persone con cui sono stato spontaneamente in armonia: non è questo che mi decentra, che mi allontana dalla Sorgente, è la mia incapacità di cogliere l’insegnamento profondo che ogni essere porta nella mia vita; questo non cogliere l’essenziale mi aliena da me, perché mi impedisce di leggere la trama profonda del mio vivere.

Ora torno ai miei affetti, alle persone care che mi attendono e si aspettano da me una parola, una attenzione e una presenza.
Sono disposto a vederli e riconoscerli, oppure mi porto dietro il mio mondo, le mie tensioni, la mia stanchezza, e loro altro non sono che ombre sullo sfondo di un ambiente familiare che è il mio rifugio, ma non diventa il nostro rifugio?

Cena
È questa la comunione del Pane e del Vino della Vita, o è solo una formalità da sbrigare?

La cena chiude il giorno, un frammento di vita, è un momento unico che ci dispone ad abbandonare il già vissuto e ad accogliere il resto della giornata all’insegna dell’introversione, dell’attenzione al proprio interiore e alle persone che lo popolano.
Sono capace di creare comunione?
Di essere elemento d’unione, facilitatore di comunicazione, d’intesa, di profondità leggera, di intimità, di affetto diffuso?

So consumare e condividere il cibo come fosse dono prezioso?
Il Pane e il Vino di adesso, sono l’essere della vita mia che metto in comunione con i miei cari?
O non c’è alcun Pane e Vino, nessuna sacralità, solo banalità?
Non è sacro il momento in cui torno a casa e sono ancora vivo, e trovo i miei cari ancora vivi e sani?
Non è da benedire la possibilità di vivere un tempo con loro in una intimità confidente, delicata, basata sull’ascolto e sulla dedizione?
Non sono costoro ciò che di più prezioso la vita mi ha messo a fianco per accompagnarmi nel mio cammino di trasformazione e di apprendimento dell’amore?

Sono qui in questo momento, vedo i loro volti, ascolto le loro fatiche, narro i miei processi, o rimango chiuso nel mio mondo passato incapace di aprirmi ai piccoli fatti dell’adesso?
Non voglio arrivare alla sera di questo giorno, e della mia vita, non avendo avuto la capacità di incontrare l’altro benedetto che la Vita mi ha messo a fianco.

Sera
Cosa contengo nel mio cuore? Solo il mio punto di vista e i miei bisogni, o anche e soprattutto un mondo fatto dei miei cari e dell’altro da me che si muove sulla scena del mondo?
Alla fine del giorno, ho da rammaricarmi per non essermi speso fino in fondo?
Posso dormire il sonno del giusto, di chi si è speso, per il possibile, senza fuggire da sé e dagli altri?

L’ultimo mio pensiero va a me o al Creatore, cui tutto debbo, e a cui mi rivolgo per riceverne la benedizione?

Ora che mi appresto al sonno e chiudo questa pagina del mio libro di oggi, cosa rimane nel mio cuore?
Quello screzio, quel malinteso, quel moto aggressivo?
Mentre accadevano li ho visti e lavorati, ora posso passarli in rassegna per una ulteriore e breve analisi e ripromettermi, domani, di fare meglio.
Questo non è quello che conservo nel mio cuore, è quello che ho cercato di imparare.
Nel mio cuore conservo tutti quei piccoli momenti in cui ho superato il mio limite, in cui l’ho visto e sono stato capace di non esserne travolto facendo meglio di quanto il limite permettesse.

Domani riparto facendo tesoro degli errori compiuti oggi, ma, soprattutto, appoggiando su ciò che mi ha visto superare il limite , fare meglio di quanto mi aspettassi: questo “fare meglio” di quanto potessi pensare, ecco, questo è il tesoro che conservo nel mio cuore, il capitale più importante che domani investirò confidando che su quel fare meglio io possa edificare altro fare meglio.

Il limite marcato, l’amarezza per esso associata alla consapevolezza e all’esperienza del “fare meglio” mi conferiscono una chiarezza d’intenzione e una volontà definita e robusta: vedo chiaro, imparerò meglio, farò meglio.

Il rammarico per gli errori e per i limiti manifestati oggi, se non si potesse associare a questa nuova e chiara determinazione, mi avvilirebbe: di me vedrei solo quello che ha sbagliato e che è inadeguato.
Ma non è così, so che nell’errore ho comunque investito le mie risorse, non mi sono risparmiato, ed è proprio questo non risparmiarmi che poi, in altre situazioni, mi ha permesso di fare meglio, di andare oltre il limite.
Ho investito nello sbagliare come nel fare meglio, di questo sono contento perché così lo sbaglio si è impresso a fuoco nella consapevolezza, e il fare meglio è una luce intensa che mi guida.

Non posso dormire il sonno del giusto perché sono un piccolo essere attraversato dal dubbio, ma posso dormire il sonno di chi ha osato vivere per quel che è non nascondendosi a se stesso.

Ora che l’oblio mi avvolge, mi affido alle cure del Creatore, l’origine e il fine della mia giornata: se Tu vorrai domani mi alzerò da questo letto e riprenderò il mio cammino appoggiando sulle esperienze di oggi e di sempre.
Se Tu non vorrai, mi affido al tuo progetto: abbi pietà di me e fa che, qualunque sia il disegno su di me, il mio peso sul mio prossimo sia lieve.

Le 7 domande, in sintesi, per la stampa.


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26 commenti su “7 domande per ogni giorno della vita”

  1. stampato qualche giorno dopo che lo hai scritto con l’intento di leggerlo a più riprese nella giornata. Dopo l’intensivo ho sentito l’esigenza di avere presente queste domande specie al mattino utili come dicevi tu per ancorarsi alla sorgente

  2. Di ritorno dall’Intensivo, piccoli gesti simbolici al sorgere della giornata sono diventati necessari per collegarmi alla Sorgente.

  3. Domande che ci richiamano a vivere ogni momento della giornata con consapevolezza, presenza, attenzione.

  4. Grazie Luciana del tuo commento: davanti al coraggio della/nella sofferenza le parole da te citate sono luci che splendono

  5. “Ora che l’oblio mi avvolge, mi affido alle cure del Creatore, l’origine e il fine della mia giornata: se Tu vorrai domani mi alzerò da questo letto e riprenderò il mio cammino appoggiando sulle esperienze di oggi e di sempre.
    Se Tu non vorrai, mi affido al tuo progetto: abbi pietà di me e fa che, qualunque sia il disegno su di me, il mio peso sul mio prossimo sia lieve”
    Rifletto su queste parole seduta ai piedi del letto di un amico che non si alzerà e vedendo le cure che gli prodiga amorevolmente sua moglie sento quanto risuona questa ultima invocazione!

  6. “…starò sui piccoli fatti e ad ognuno di questi, nel mio intimo, dirò grazie”.

    “Nel mio cuore conservo tutti quei piccoli momenti in cui ho superato il mio limite, in cui l’ho visto e sono stato capace di non esserne travolto facendo meglio di quanto il limite permettesse”.

    Grazie di cuore.

  7. I momenti in cui sento la sofferenza sono i momenti in cui non seguo il mio sentire non ascolto la voce della mia coscienza…
    Non ascolto i volti delle persone che la vita mi mette davanti perché sono troppo impegnato per risolvere problematiche che derivano dal divenire.

  8. Tutto questo a me è chiaro e così sto vivendo la mia vita. Dopodiché procedo goffa come un orso bruno ma non importa. Ogni giorno c’è un smussare, un “aggiustare il tiro”, oso dire un migliorare sapendo che questa parola non ha alcun senso.

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