Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’amicizia, l’amore e i simboli nelle relazioni

Anna si interroga, giustamente, sulla portata e le conseguenze di questa espressione di Scifo, Cerchio Ifior, contenuta nel post L’amicizia: la disponibilità senza che sia richiesta: Come può essere infatti amicizia quella che, per essere messa in atto, deve essere richiesta? L’amicizia, creature, per essere tale deve operare e agire anche se non richiesta, altrimenti non può essere amicizia ma, molto più facilmente, è qualcosa fatto per assecondare un desiderio altrui, per far vedere che si fa qualche cosa, per dichiararsi disponibili proprio quando non se ne può fare a meno in quanto chiamati in causa.
Afferma Anna: Ho riflettuto a lungo su questo post. Chi può dirsi, a questo punto, amico nel senso qui delineato? E poi: prevedere.. non si rischia un eccesso di attivismo, che cela un forte ego, o la proiezione di propri desideri, aspettative, ecc.?
Scifo, nella sostanza, afferma: non devi attendere che ti chiedano, il buon servo non è quello che interviene quando il padrone ordina, bensì quello che vede il necessario e lo opera.
Questo vale in amicizia come in amore, essendo l’amicizia niente altro che una declinazione dell’amore.
Ora, l’operare il necessario è una espressione totalmente ambigua: cosa è necessario e chi decide cosa lo sia?
Gli amici, come coloro che si amano nella fase matura del loro rapporto, non prima, sono al servizio l’uno dell’altro, il loro rapporto è qualificato dal servire reciproco.
Il servo, nella sua maturità, dopo essere passato attraverso la macerazione del ribellarsi, del protestare ed infine aver conosciuto il piegarsi all’altro, è attento, capace di discernimento, dedito, pronto: l’amicizia che lo lega all’altro non è solo un sentimento, una forma dell’amore, è un livello di conoscenza profondo dell’animo dell’amico, del suo procedere, del suo tracciato esistenziale e tutto questo lo rende permeabile alla necessità altrui.
Si è amici quando si è capaci di ascolto del bisogno esistenziale dell’altro e si è capaci di rispondervi.
L’amicizia, quella relazione speciale, fa sì che l’aiuto non debba essere richiesto perché si è nella possibilità di leggere ciò verso cui l’altro inclina e si può provvedere prima che egli manifesti il suo bisogno, la sua necessità.
Tra amici, tra persone che si amano, la relazione si dispiega innanzitutto sul piano del sentire ed è corroborata, molto spesso, anche da una comunicazione telepatica e da una capacità di cogliere il campo emozionale dell’altro.
L’amicizia, come l’amore, non è una relazione tra entità separate e distinte, è uno stato interiore di comunicazione e di condivisione tra i sentire dei protagonisti e i loro rispettivi veicoli.
L’amicizia, come l’amore, è l’aspetto esterno di una comunione interiore.
Nella coppia, quando essa è nella sua maturità, si diviene amici, sodali nel cammino esistenziale, così prossimi nell’intimo da non aver bisogno di parole, né di sesso; né di chiedere, né di dimostrare e questo può accadere perché si è capaci di “risiedere con l’altro” e dunque anche di provvedere prima che l’altro manifesti il suo bisogno.
Come si è capaci di provvedere, allo stesso modo si è capaci di astenersi dal provvedere, lasciando all’altro la sua solitudine e la responsabilità di affrontare certi passaggi che in solitudine vanno affrontati.
Di fronte a quella solitudine in cui l’altro ci lascia, non ci sarà lamento, né recriminazione: cogliamo il senso, l’intenzione di quel passo indietro, di quel silenzio, di quella apparente assenza.
Quando ci lamentiamo dell’assenza di un amico, di qualcuno che ci ama, di un maestro, è perché siamo scivolati nel ruolo della vittima e non siamo più capaci di sostenere quella vibrazione che rende entrambi liberi: proprio perché l’altro ci è amico, proprio perché ci ama, a volte sembra abbandonarci, ci lascia da soli con il nostro procedere affinché noi lo si veda e lo si porti a piena consapevolezza.
Si dice che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce: l’amore a volte è come l’albero che cade, produce il trauma dell’abbandono, ma chi sa cosa permane nel cuore degli amici, degli amanti, e cosa cresce su un piano più vasto?
È davvero, quella che si scodella ordinariamente, l’amicizia, è quello l’amore? Non credo.
Penso che l’amicizia/amore sia una condizione esistenziale, uno stato del sentire che accade tra le persone e le accompagna nel loro procedere feriale.
Siamo ottenebrati dall’idea dell’amicizia e dell’amore che ci siamo costruiti e non riusciamo a scorgerli oltre il velo di quell’idea a cui abbiamo aderito:
confondiamo l’amicizia con i codici dell’amicizia, l’amore con i linguaggi dell’amore ed entrambi con degli stereotipi così usurati da risultare pietosi.
Se quei codici e linguaggi sono assenti, o carenti, a noi sembra che manchi anche la sostanza, ma così non è.
La sostanza dell’amicizia e dell’amore è sostanza esistenziale e questa diviene ben visibile e fruibile non appena lo sguardo sui processi del sentire si fa più chiaro: prima abbiamo bisogno di simboli, e nel mondo dei simboli che caratterizza tutta la vita dell’umano ci perdiamo perché, di certo, qualche simbolo mancherà e allora la vittima alzerà la testa e non vedrà più il reale che c’è oltre il proprio lamento.
La persona non ha più bisogno dei simboli, e dell’offerta di essi nell’amicizia e nell’amore, quando è unificata in se stessa e non dipende più da alcun fattore esterno.
Capisco però profondamente l’obiezione di Anna: Chi può dirsi, a questo punto, amico nel senso qui delineato? e mi sento di dire che mille sono i gradi dell’amicizia, mille i tentativi e la vita dell’umano non è altro che un tentativo.
Diffido in sommo grado degli assoluti, e del proporre all’umano dei modelli, dei livelli di perfezione senza sottolineare instancabilmente che tutto è processo.
È lo stesso micidiale errore compiuto dai cristiani con la proposizione del “modello Cristo”: il modello ti schiaccia e ti annichilisce, quando non contribuisce a creare una immagine personale e sociale falsa di te; l’accento posto sul processo invece ti libera, offre a ciascuno una possibilità, non ti fa sentire giudicato, ti indica l’orizzonte e, nel contempo, la compassione per il tuo presente.
Di fronte alle parole di Scifo, a quel modello di perfezione da lui delineato, io ho visto il processo che lì conduce e non mi sono sentito schiacciato dall’altezza del modello proposto, ma capisco l’impotenza che traspare nella reazione di Anna e questo mi rafforza nella convinzione che mai va proposta la ricetta della fine, ma sempre quella del procedere.


Continuo, in termini più generali ed astratti, la riflessione per mia chiarezza personale e, magari, per qualcuno di voi che è interessato a questo livello della questione.
Scifo non voleva dire tutto quello che ho detto, immagino, ma io non riesco a stare nel recinto del convenzionale, per me i termini amicizia e amore non hanno alcun senso: la relazione esistenziale che culmina nella contemplazione dell’essere-del-reale, ha senso.
Quando Scifo parla di quella disposizione interiore che non ha bisogno di domande per attivarsi, parla necessariamente di un ascolto profondo, di una intesa profonda, di un sentire condiviso e dunque, mi sembra di poter dire, anche di quel mondo che sorge dalla contemplazione dell’essere-del-reale cui accenno.
Se debbo qualificare la vastità di quella relazione/contemplazione con i termini amicizia ed amore, mi avvilisco, è come vuotare il mare con il cucchiaio.
Ho scoperto che viene una stagione, nella vita, in cui sebbene tutto sia simbolo nel divenire, esso è frammento che ha senso nel duale, ma non ha valore nell’unitario: quando l’Uno diventa illusoriamente due, assume la forma del simbolo; nella decodifica tra i piani il simbolo ha valore, così come lo ha il linguaggio che prende forma dagli ideogrammi del corpo mentale e questi dall’indifferenziato sentire, ma prima della differenziazione?
Prima che il termine “mela” divenga simbolo di un certo aggregato della materia?
Su quale piano dell’indifferenziato è iscritta un’amicizia, un amore? E quell’amicizia, quell’amore che sembrano esclusivi nel duale, non sono forse niente altro che anticipazione, prefigurazione dell’amore universale ed unitario?
Una ragione per cui tra amici, tra amanti la parola muore, il gesto muore, è perché essi hanno scoperto quel luogo dell’essere in cui niente prende forma e alimenta i codici e i simboli del divenire: i simboli del loro rapporto scompaiono ed esso diviene stato dell’interiore iscritto oltre il tempo, oltre il bisogno, oltre la comunicazione.
Il due comunica, ma l’Uno con chi dovrebbe comunicare?
Siamo certi che l’Uno sia inconoscibile all’umano, che qui io abbia portato il discorso su di un piano prettamente astratto, o non è invece vero che si manifesta in ogni fatto, anche nel più piccolo e dunque, certo, anche e primariamente nell’amicizia e nell’amore umani?
Siamo certi che l’umano non conosca lo stato di contemplazione che naturalmente sperimenta nell’amore e nell’amicizia frammisto alla possessività, all’egocentrismo e all’utilitarismo?
Io credo che l’umano sia incapace di essere pienamente consapevole della miscela di stati che sperimenta e non riesca a separare l’uno dall’altro, cogliendo ciascuno stato nella sua specificità e valenza esistenziale.

 

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  1. Avrò bisogno di ruminare questi concetti. Forse è la stanchezza di stasera, ma sento che sono riuscita a cogliere troppo poco di quel che qui vien detto. In ogni caso, grazie Robi.

  2. Anche questo post è “propedeutico” all’incontro della prossima settimana! Grazie

  3. Mi trovo pienamente in linea con quanto affermi.
    Come al solito le tue parole illuminano il cammino, con la grande chiarezza che portano sui nostri processi esistenziali. Grazie.

  4. Grazie Roberto.

  5. Leggendo, colgo l’impulso a “prendere appunti”, come a voler essere quello che descrivi e cado nella trappola del modello. Ma forse è vero anche che qualcosa risuona e rivela un processo che pur non coincidendo affatto con l’orizzonte presenta già di questo alcuni elementi o li prefigura da lontano. Forse.
    Grazie

  6. Grazie!

  7. Grazie!

  8. Grazie Roberto!

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