Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Quanto può essere profonda la disponibilità a perdere?

Dice Marco commentando il post Appunti sulla trasmissione della comprensione spirituale: Ma cos’è che deve morire esattamente? L’ideale morale che ci è stato trasmesso e che non tiene conto del mio sentire attuale? Io non posso che partire da lì del resto e l’insegnamento del Cristo diventa vita solo se coniugato con ciò che sono adesso…
Si, certamente, l’ideale morale deve morire ma, con esso, molte altre cose.
L’imprinting di un’esperienza.
La memoria e l’umore del cammino.
L’appreso concettuale e filosofico.
Il limite del sentire.
Il morire è complessivo e su più piani, fondato sull’impermanenza di ogni aspetto e sostanza del vivere che inevitabilmente divengono identificazione ed identità, immagine interiore di sé.
Ci presentiamo al giorno nella nudità radicale, quella a noi possibile, in modo che gli eventi che vengono possano portarci ora in una direzione, ora in un’altra ma mai nella “nostra” direzione.
È questa la radice di ogni povertà e di ogni umiltà, mai codificata, mai fatta propria, continuo tarlo che tutto corrode: il meditante conosce questo, il suo tornare incessantemente a zero è un affidarsi alla natura del vento.
Voglio precisare: non c’è umano che non abbia una struttura fondata su degli imprinting, su un tessuto emozionale ed affettivo, su delle convinzioni e su di un sentire conseguito.
L’umano, in quanto umano, è questa struttura: essa si può alimentare e custodire gelosamente, o si può affidare al vento.
Ecco, di questo parliamo: il presentarsi al giorno nudi della nudità a noi possibile, non è il presentarsi ammantati di una nudità ideale, ma di quella possibile fondata sulla disponibilità a perdere. 
Quanto può essere profonda la disponibilità a perdere? Quanto radicale? Quanto azzerante ogni recitato, ogni adesione, ogni attaccamento?
Si può vivere senza perdere sé?
No, voi sapete che non si può, sapete che finché c’è un sé, non c’è realtà.
Nel Sentiero ci disponiamo, ci alleniamo a questo: non aderiamo ad un impianto, ad un paradigma, ad una esperienza, li utilizziamo per leggere e vivere il reale.
Il nostro leggere il reale non è aggiungere una interpretazione che scalza altre interpretazioni, è un leggere che penetra tra le lettere e nella natura di esse ed infine le semina al vento, le pagine del libro divengono buone per accendere il fuoco.
Seminare le lettere al vento significa non appropriarsene, coglierne l’intima natura e poi lasciarle alla vita, non ricondurle a sé, non portarle a casa.
Ci sono lettere e ci sono pagine, ma il discrimine è nell’uso che ne facciamo: ad un certo punto del processo di conoscenza, consapevolezza, comprensione sono buone per accendere il fuoco della vita, non per rimanervi attaccati, non per appropriarsene e assumerle come identità riflessa.
L’umano si ciba di alimenti, essi vengono assunti, digeriti, assimilati nelle loro componenti nutrizionali ed espulsi nella parte residua. L’assimilato va a nutrire il processo vitale che è dunque soggetto a continuo rinnovamento, a nascita e morte senza fine. Dopo un certo numero di anni tutte le cellule del corpo vengono rinnovate, non è significativo? Quante morti vive un umano senza avvedersene?
Sono morti di cui non ci avvediamo perché sono iscritte nel nostro programma: cosa accadrebbe se quel programma non funzionasse più? Se non espellessimo i cascami? Se le cellule non si rinnovassero?
E non è così anche per la visione di noi, per l’identità? Non è così anche per il sentire che ad ogni comprensione si amplia e vede assorbito il vecchio nel nuovo?
Quando un sentire limitato viene superato da un sentire più ampio, non muore nella sua relatività?
Abbiamo una visione negativa del morire: ciò che muore non scompare, viene messo a disposizione come materiale costruttivo del nuovo, della nuova vita, del sentire più ampio conseguito.
Muore perché non è più reale, non è più condiviso, non più sentito ma questo non significa che non ha più valore: diviene atomo di nuove molecole e di nuove cellule.
Ma ciò che è superato e si appresta a morire deve essere lasciato al suo destino, non deve essere trattenuto: possiamo vivere ogni ora del nostro tempo con questo spirito?
Avrei potuto parlare di continuo rinnovamento, sarebbe stato più digeribile alle menti, ma non c’è rinnovamento senza la morte di una adesione, di una identificazione.
Non viene avanti niente se non fai spazio, se non vuoti il secchio: la persona preoccupata di non perdere il contenuto del secchio, finisce per non prestare la giusta attenzione all’accoglienza del nuovo, si barcamena tra i due, diventa un ragioniere della via.
Ma la via non è un luogo per ragionieri, è più adatta ai pazzi.
L’insegnamento del Cristo? Cibo lungo il cammino, niente di più. Alla fine, sostanza per il compost della vita.
Noi stessi? Volto degli aspetti del sentire dell’Assoluto. Alla fine, sostanza per il compost della vita. OE19.5


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  1. “…Quanto può essere profonda la disponibilità a perdere? Quanto radicale? Quanto azzerante ogni recitato, ogni adesione, ogni attaccamento?
    Si può vivere senza perdere sé?
    No, voi sapete che non si può, sapete che finché c’è un sé, non c’è realtà.
    Nel Sentiero ci disponiamo, ci alleniamo a questo: non aderiamo ad un impianto, ad un paradigma, ad una esperienza, li utilizziamo per leggere e vivere il reale. …”
    Riprendo queste frasi perché mi spiegano e traducono ciò che sento di cercare adesso, cioè la non adesione ad un impianto, ad una esperienza, a pagine di conoscenza, a libri sacri.
    Mi pare che il “libro sacro” potrebbe essere ogni istante di vita, se vissuto nel presente, con disponibilità a perdere le strutture passate, con fede/fiducia.
    Perdere le strutture passate, le modalità passate, le “facce” che ho usato sino ad ora e che, bene o male, mi hanno supportato…mi dà smarrimento e anche tristezza, cali di umore.
    Nei momenti più difficili, mi ricordo della fede/fiducia, del fatto che il controllo è una illusione, che potrei provare a mollarlo, che, forse, non ho altra scelta…

  2. Grazie a Roberto e grazie anche a Roberta per le precisazioni.

  3. Mi ha colpito dell’articolo, soprattutto la frase che ciò che muore non scompare ma viene messo a disposizione come materiale costruttivo del nuovo. Quindi non c’è morte ma trasformazione, ciò che muore forma l’humus che costituisce le nuove comprensioni. Se guardo al mio percorso mi accorgo di quanto questo lasciar morire sia semplice in alcune circostanze, molto più faticoso in altre. Il fondamento di questo perdere è la fiducia.

  4. Parole che hanno sortito un inside illuminante. Se analizzo le ultime vicende familiari che sto vivendo, mi accorgo di quanto sia difficile lasciare andare veramente. Ho intuito che la scena era utile ad ampliare la comprensione, ma non sono riuscita per lungo tempo a sottrarmi dall’immagine della vittima. Ora sembra farsi strada una nuova comprensione. Grazie.

  5. Sento che siamo tanto più disposti a perdere di noi tanto più viviamo la vita nella sua pienezza. La scarsa propensione al distacco deriva da una nostra povertà interiore. Temiamo di lasciarci andare là dove non c’è esperienza di fiducia e abbandono e queste maturano lentamente come il.compost che diventa terra.

  6. Nulla da aggiungere Roberto, veramente profonda verità…

  7. L’immagine che, alla fine, tutto è sostanza per il compost, ha portato un gran sorriso stamattina. Grazie !

  8. Quanto può essere profonda la disponibilità a perdere? Domanda importante che ci invita a guardare nelle nostre vite con onestà. Quanto siamo disposti a perdere? Nello scorrere dei giorni, la consapevolezza dei propri attaccamenti può sfuggire facilmente per riaffacciarsi nei momenti in cui questi vengono minacciati dagli eventi. E’ allora, quando ci sentiamo minacciati, che siamo confrontati con la nostra disponibilità a perdere e che ci viene offerta un’occasione preziosa di rinnovamento. Il nostro stesso corpo, con le sue somatizzazioni, testimonia della nostra disponibilità a perdere e quindi a rinnovarci.

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