Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Deserto

Sono nata mezzo secolo fa,
la prima cosa che ricordo
è la sensazione gradevole
di quel tocco fresco di brezza
che gentile mi accarezzava,
il profumo delle prime rose di maggio,
che come me
incominciavano a sbocciare
curiose di vita.
Appena nata avevo fame e sete
e subito fui nutrita,
quel nutrimento era perfetto.
Mi sentivo così piena di gioia…
Ma subito dopo mi fu tolto,
da allora per vivere
mi è sempre bastato molto poco.
Su questo punto fermo
ha preso base tutta la mia vita.
Attorno a me
grida e frastuoni continui
ricorrevano da mattina a sera,
non c’era mai possibilità di stare nel silenzio.
Nonostante fossi nata
e cresciuta in una famiglia patriarcale,
fossi pedinata ad ogni mio passo,
in realtà vivevo di solitudine.
Ero ancora molto piccola
quando una sera d’estate
ho provato l’impulso di cantare.
L’ho fatto. Percepivo un tale benessere!
Cantavo e danzavo senza riserve,
ma subito dopo una voce severa
mi impedii di farlo
e inferiva contro di me, deridendomi.
Smisi di colpo
e da quel giorno rimasi ammutolita,
all’interno del mio cerchio di solitudine.
Ero decisa a capire il perché della mia nascita,
quale fosse il mio ruolo in questa esistenza
e se ci fosse un perché nel nascere in mezzo
a quel gran numero di persone.
A distanza di mezzo secolo di vita
non ho ancora  trovato risposta.
Ma non vado più in cerca di spiegazioni.
Ora guardo quello che è stata la mia storia,
mi appare triste e priva di vita.
Questo è, così è andata.
Adesso il vecchio va sempre più scomparendo,
c’è distanza tra me e tra ciò che è stato,
così come per la maggior parte delle cose che mi attorniano.
C’è una lontananza corteggiata
da una perdita di interesse,
c’è come uno svuotamento di senso.
Arrendersi, cedere, flettersi,
perdersi e donarsi.
Sopravvivere alla resa?
Pervasa da dubbio e perplessità
resto in attesa, forse,
di un qualcosa che si andrà delineando.
Intanto mi sento sempre più come una foglia d’autunno
staccatasi dall’albero,
dispersa, rinsecchita nel suolo;
quello che rimane di me
si ricopre di una coltre bianca,
in un sentiero di un bosco di querce.
Alla fine, forse,
era questo il senso della mia vita?

Silenzio.
Sguardo profondo.
Deserto.

28-11-2011

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  1. a me senìmbra che meditare non vuol dire far inchinare una persona all’essere dell’altro
    se meditare è arte penso meglio dirle con parole facili sbaglio?
    ma tanti giri di parole a cosa devono portare?
    non è inutile o difficile dire (che il bianco non è nero)
    il bianco è semplicemente bianco e basta
    la meditazione è interna per se stessi.
    grazie b. anno

  2. A me sembra che l’esperienza della meditazione induca all’inchinarsi di fronte all’essere dell’altro, qualunque sia lo stato testimoniato. Certo, la poesia di MT è malinconica ma, anche per questo, la trovo profondamente vera; narra di uno stare e di un incedere attraverso il deserto, condizione che chi percorre la via interiore conosce bene.

  3. ma ………..sembra una favola scritta con tanto malincinia niente altro
    la meditazione è altra cosa devo dire molto piu intensa scusate ma ci voleva
    Mario

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