Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Sporcarsi le mani

Il corpo ci parla: possiamo fare finta di nulla, spostare la nostra attenzione su altro, fare rumore, e se poi sentiamo dolore possiamo senz’altro trovare il modo per anestetizzarci. Ma è questo ciò che vogliamo? Vogliamo non sentire? Non vedere? Preferiamo l’indifferenza all’ascolto? Se solo ci fermassimo e facessimo spazio, lì troveremmo la via. Lì, in quel luogo vasto e misterioso, che è il mondo interiore dell’essere, del sentire. E’ lì che ancora torno, a sporcarmi le mani, posso anche giocare e rotolarmi nel fango, e posso ridere, ridere come una bambina. Un paio di giorni fa ho riso sino a lacrimare, quando attraverso il dolore che il corpo mi faceva sentire, sono riuscita a fare luce su ciò che si stava muovendo in profondità nell’anima. E mi sono detta che non poteva essere ancora quella questione o quell’altra, che non poteva essere ancora aperta irrisolta, dopo tutto il lavoro fatto su me stessa. Ringrazio il corpo, il riso leggero e liberatorio che è scaturito da tutto quel senso di pesantezza che stavo vivendo, li ringrazio perché mi hanno portato ancora più dentro la vita, a sporcarmi le mani, ad andare a fondo ed a cogliere tutta la bellezza che c’è nel ritmo di questa danza che è la vita. Un ritmo che è fatto di approfondimenti, di silenzio, di immersione, e di spinta leggera: di uno spazio che si apre e lascia scorrere. In questi occhi lucidi c’è spazio per quella bambina che ride gioiosa, per quell’anziano incontrato sul ciglio della strada sostenuto dal suo bastone, e per questa vastità che ci chiama e ci sussurra che non possiamo fare a mano di sporcarci le mani.

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