L’inesistenza del soggetto e l’Assoluto come unica realtà

Pone alcune questioni rilevanti Massimo nel suo commento al post Gradi sentire e libero arbitrio: Supponiamo che il grado 90 sia sufficientemente caratterizzato da altruismo e da una ampia consapevolezza. La navigazione attraverso queste più ampie possibilità, nel percorso che porta al grado 91, è semplicemente meno prevedibile (nel senso che ci sono, per struttura, più percorsi possibili) e quindi sembra più autonoma ma ugualmente “non liberamente scelta”, oppure vi è veramente una libera scelta (1) all’interno delle possibilità disponibili? (5) La generazione di karma è veramente evitabile sulla base di una “nostra” scelta nell’agire?

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Gradi di sentire e libero arbitrio

Chiede Massimo nel commento al post Il mondo specchio dell’interiore: “In termini di libero arbitrio, quanto siamo liberi di comprendere e quindi di cambiare? O anche la comprensione (e di conseguenza l’intenzione) è un processo su cui non abbiamo margine di manovra?”
La coscienza, all’inizio del ciclo delle incarnazioni, può essere altruista?
Difficilmente. Perché? Perché il sentire che possiede, ovvero la struttura del corpo akasico che ha realizzato, è così relativa che l’altruismo non trova modo di articolarsi.

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Le domande necessarie

Dice Caterina: Come essere umano ho tanti limiti e non posso decidere gli accadimenti. Farsi troppe domande su quello che ci succede é abbastanza inutile. E comunque é sempre l’accadimento perfetto per noi. La mente fa casino: “Perché è successo? Perché andavo di fretta? Bla bla…” Senza il casino ci sono solo i fatti che accadono. Cos’è il libero arbitrio?
– Il fatto che ciò che accade sia perfetto per noi non significa che non debba interpellarci.
– Certo, se non ci poniamo domande, ci sono solo i fatti, ma è questo un atteggiamento giusto?
– Non ha forse una sua funzione il domandarsi della mente?

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Un’omelia di Enzo Bianchi, promettere la propria vita a Dio e all’altro: è possibile promettere qualcosa che non si possiede?

Parto da un’omelia di Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, tenuta in occasione della ricorrenza della trasfigurazione di Gesù e della professione monastica definitiva di un fratello, per sviluppare una riflessione su un tema che mi preme: promettere.
Mettere in vista, porre sotto gli occhi, mettere avanti è il significato di promettere.
Enzo Bianchi nella sua omelia dice cose impegnative, intrise di idealità, di slancio, di volontà come di abbandono: parla della comunione in Cristo, dell’uomo che promette, della coerenza che ne consegue, del peso di non essere affidabile se l’epilogo dell’esperienza vede l’intenzione originaria svanire.
Tanta idealità, tanto slancio, tanto peso. Questa è una prima e approssimativa conclusione cui giungo: tanto peso sulle spalle di chi apre la propria esistenza al processo del conoscere, del divenire consapevole, del comprendere.
L’umano che si affida, che si impegna, che fa una promessa, che dà una parola, di questo parla Enzo: rispetto questa visione, ma non ne condivido l’impianto ispiratore.
Su cosa posso impegnarmi? Su qualcosa che non mi appartiene, che non è conseguito nel mio sentire? Sarei destinato alla frustrazione, alla lotta contro me stesso, all’irretimento dentro qualcosa che non sento, ad una alienazione sostanziale.
Allora, su cosa posso impegnarmi? Su ciò che è già configurato nel mio sentire, anche se non ancora maturo e pienamente consapevole.
In questo caso l’impegno è alla mia portata, è sostenibile perché fondato non sulla volontà dell’identità, ma sul compreso che risiede nella coscienza, nel sentire.
Questo promettere comporta uno sforzo molto relativo e, in molti casi, nessuno sforzo.
Il Sentiero contemplativo è anche una comunità monastica, persone che vanno consapevolmente incontro a sé e alla condizione unitaria dell’esistere:
se questo cammino fosse basato sulla volontà, noi avremmo perduto in partenza;
se fosse fondato sulla idealità, non avremmo fondamenta salde;
se fosse fondato sulla responsabilità verso Dio e verso i fratelli e le sorelle nel cammino, saremmo prigionieri della nostra promessa.
La nostra comunità è fondata sul sentire e i suoi membri ad esso obbediscono, ad esso si abbandonano, da esso sono guidati e condotti nei passi personali e in quelli comunitari: non alla volontà, non all’idealità, non alla responsabilità essi fanno appello, ma a ciò che risiede nel loro sentire, che li conduce incontro a questa esperienza e non lascia loro alcuna vera libertà di scelta, né di dire sì, né di dire no.
Possiamo noi parlare di promessa, di mettere avanti? Si, mettiamo avanti l’evidenza di non scegliere alcunché, di arrenderci a ciò che già esiste nel sentire e da questo è determinato.
Se le persone che sono parte dell’organismo comunitario fossero qui per scelta, noi avremmo sbagliato tutto e tradito il poco che abbiamo compreso: le persone sono qui perché non hanno potuto sciegliere, quello si è presentato, quello hanno riconosciuto, a quello si sono arresi.
L’identità, quando è legata alle proprie visioni e ai propri principi, sceglie, o crede di scegliere; quando non è più identificata con il proprio piccolo mondo sceglie molto poco, il più delle volete accoglie, obbedisce, asseconda, si piega al sentire.
Se nella nostra comunità fossimo legati anche, non solo evidentemente, dalla responsabilità nei confronti di Dio e degli altri, saremmo prigionieri: ciò che ci fonda è la comunione nel sentire, “l’essere uniti in Cristo/da Cristo” direbbe Enzo, questa unione e comunione è dinamica, fluida, responsabilizzante e liberante perché non si preoccupa di costruire, di preservare ciò che solo al sentire compete e da esso è alimentato, sostenuto, condotto aldilà della fragile intenzione umana.
Non sento pesi sulle mie spalle e sulle mie incoerenze; non ci sono pesi sulle spalle dei fratelli e delle sorelle nel cammino; rispondono a sé stessi e solo di sé si occupano e preoccupano? No, rispondono al sentire che li conduce dove è bene per i loro processi. Vanno dove sono, dove possono, dove non possono che essere.
Concludo: se l’umano costruisce, desidera anche preservare e perseverare. Se il sentire edifica, tutto è soggetto a trasformazione e nessuno deve promettere a qualcuno qualcosa che non sia già accaduto e in accadere.
Il nostro monachesimo è la consapevolezza dell’azione di un archetipo in noi, di quella forza che ci conduce incontro a noi stessi e all’unitarietà dell’essere e del vivere. E’ il monachesimo scritto nell’intimo di ogni vivente, consapevole o no che sia.

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Quanto possiamo scegliere in realtà?

Afferma Rudolf Bultmann che la predicazione di Gesù “richiama l’uomo alla sua posizione di essere di fronte a Dio e alla presenza di Dio a lui, gli indica il suo presente come l’ora della decisione per Dio.” (Teologia del nuovo testamento, Queriniana, pag.30)
Il presente come l’ora della decisione per Dio: è così dal nostro punto di vista?
Perché, se non decidiamo per Dio per chi decidiamo? Per mammona?
Non essendo il mondo diviso tra mammona e Dio forse non siamo tenuti ad alcuna decisione, a nessuna scelta essendo il mondo niente altro che aspetto dell’Uno che mai è divenuto due.
Nel presente l’umano sceglie qualcosa?
Nella sostanza, la possibilità di scelta è molto relativa. Ogni persona opera ciò che gli è possibile operare e anche quando una certa cosa che potrebbe fare, non viene fatta, questo accade perché quella cosa non è stata sufficientemente compresa: non essendo compresa nella sua compiutezza esiste un certo tasso di libero arbitrio, si può fare o no.
Se è compresa senza riserve non rimane alcun margine di libero arbitrio, quella è.
Nell’ignoranza rilevante o parziale la decisione dell’umano ha un certo margine, nella comprensione no.
La persona che ha compreso la realtà unitaria dell’esistente non ha alcuna possibilità di scelta e può vivere, eseguire, incarnare, solo “la volontà di Dio”.
Ma l’umano che ha una comprensione parziale, su un dato fatto, tra cosa sceglie in realtà?
Tra due o più opzioni relative che le sue comprensioni gli permettono di avere: non sceglie tra Dio e mammona, tuttalpiù sceglie tra una azione con un certo tasso di egoismo, ad esempio, e un’altra con un’altro tasso di egoismo.
Le comprensioni vengono conseguite solo attraverso le esperienze; non perché ce lo dicono, ce lo suggeriscono, ce lo impongono: solo sperimentando l’umano impara e comprende.
Se dunque le esperienze sono indispensabili e irrinunciabili e se vengono compiute proprio perché, in alcuni ambiti dell’essere, non c’è comprensione adeguata, perché caricare sulle esperienze la responsabilità, il peso della decisione per Dio, o contro di Lui?
Noi pensiamo che le esperienze siano solo esperienze e che mai l’umano è chiamato a decidere alcunché in merito a Dio, essendo egli niente altro che aspetto della Sua coscienza.

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La relazione identità-coscienza e il libero arbitrio

Brano del libro “L’essenziale”(6) pag. 23 nuova edizione.
A noi come identità sembra di avere una presa sulla nostra vita e anche una possibilità di scelta: certo possiamo scegliere come attuare una certa intenzione, ma non se attuarla.
Posso andare in un certo posto in auto, in treno, a piedi, in bicicletta: questa è una scelta dell’identità e a seconda di quello che sceglie il cammino sarà agevole o faticoso.
Non posso scegliere dove andare, questo è un dato che non è sotto il controllo dell’identità ma è determinato dalla coscienza.
Non ho quindi la responsabilità di dove vado ma del come ci vado e dell’eventuale tasso di dolore/fatica.

Commento
La coscienza genera le scene che l’identità (mente-emozione-corpo) vive nel tempo e nello spazio: tutto ciò che ogni giorno ci troviamo ad affrontare, piacevole o spiacevole che sia, è generato dalla coscienza la quale si muove dentro lo spettro che va da ego ad amore.
Tutte le scene del nostro quotidiano sono occasioni per il nostro sentire di apprendere e di ampliarsi; in quest’ottica l’identità, contrariamente a quanto a noi appare, è solo colei che esegue e i margini di libero arbitrio che possiede sono esigui.

La foto è tratta da: http://www.flipthroughtheworld.com/blog/tag/riflessioni/