Il cammino attraverso la ribellione

Dice Duccio commentando il post Ti interroghi sulla tua compassione: Se tutto è già deciso, se ciò che vediamo manifestarsi nel mondo è il tutto, il principio creatore, come si colloca l’indignazione della parte cosiddetta buona del tutto e le azioni che da qui partono per “migliorare” il mondo? Ed esiste un’altra pari indignazione della parte cosiddetta cattiva del tutto? Se no cosa vuol dire, che il tutto ha già una direzione di marcia ed un punto di arrivi?

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L’imprinting della coscienza nell’esperienza della materia

d-30x30L’imprinting. Dizionario del

L’’imprinting è quel processo per cui, all’interno della massa akasica indifferenziata, si vengono a imprimere degli orientamenti vibratori provenienti dalle esperienze vissute dalla materia akasica allorché è collegata, all’inizio della propria evoluzione, con quella che è la materia fisica.
Facciamo un piccolo passo alla volta e fermiamoci.
Voi avete detto che, quindi, l’imprinting influenza la massa akasica della razza che si va a incarnare e, quindi, è uguale per tutti i componenti di quella razza.
Primo errore!
Infatti, la vita dei minerali a cui la razza, al suo iniziare il percorso evolutivo, è collegata possono essere dislocati in posti molto diversi come condizioni ambientali e, di conseguenza, sperimentare “esperienze” diverse.
Inoltre, i minerali non hanno tutti la stessa composizione, quindi reagiscono diversamente all’umidità o al caldo, o al freddo, al fuoco, al ghiaccio, e via e via e via, e siccome ci sono tanti collegamenti per la massa akasica, certamente ci sarà la possibilità che venga fatta esperienza di tutti questi fattori; però si vanno a iscrivere nella massa akasica non riempiendo tutta la massa akasica, ma facendo delle zone all’interno della massa akasica: questa parte di massa akasica collegata a questa porzione di materia fisica riceve questo stimolo, quest’altra parte riceve quest’altro stimolo, e via e via e via e via. D’accordo su questo?
Questo significa, ovviamente, che nel momento in cui la massa akasica si frantumerà, i vari pezzi della massa akasica frantumata non necessariamente avranno le stesse impronte di esperienza fatte all’interno del minerale.
All’interno della porzione di massa akasica che si frantuma vige sempre una certa uniformità e coerenza di “imprinting”, al punto che possiamo affermare tranquillamente che tale massa viene delimitata, nel suo frantumarsi, dal fatto che quell’imprinting che ha fornito quel certo tipo di vibrazione accomuna quella massa e, quindi, in qualche modo la tiene legata assieme; circoscrive, quindi, le possibilità di frattura della massa akasica (per dirla in maniera più semplice).
Arrivati a questo punto, facciamo un piccolo salto… di qualche centinaio di migliaia di anni, e arriviamo alla seconda fase dell’imprinting, la fase che permette l’acquisizione di elementi, di impronte, attraverso le esperienze fatte all’interno del mondo vegetale.
Chiaramente … (voi sapete che il discorso nella realtà si replica molto spesso, quasi sempre direi, attenendosi regolarmente alla legge del “così in alto, così in basso”) il discorso è molto simile a quello che abbiamo fatto per quello che riguarda l’imprinting proveniente dal regno minerale. Ancora una volta, l’esperienza fatta dal vegetale all’interno del piano fisico porterà una vibrazione modulata in maniera diversa alla massa akasica a cui è collegata, a seconda del tipo di esperienza che la pianta, il vegetale, avrà subito. Ecco, quindi, che ci sarà una parte collegata, per esempio, (che so?) … al fatto che ci sono vegetali che vivono prevalentemente al caldo o vivono prevalentemente al freddo, vegetali che vivono nell’acqua di mare o in cima ai monti, vegetali a vita prevalentemente diurna o prevalentemente notturna, e via e via e via e via; tutto questo dà molte diverse possibilità di orientamento; giusto?
Il procedimento sarà ancora una volta lo stesso: questa impronta si andrà a depositare nella porzione di massa akasica corrispondente, fino a quando questa massa akasica si frantumerà, ancora una volta seguendo questa linea di frattura dovuta alla comunità di vibrazione. Non sto a ripetere il discorso per quello che riguarda il regno animale, anche perché è ovvio e di conseguenza.

L’evoluzione della forma del vivente: dal minerale all’umano

d-30x30L’evoluzione della forma del vivente. Dizionario del

Formato A4 per la stampa (14 pagine)

Viene inteso con “evoluzione della forma”, il fatto che necessariamente la forma animata deve subire delle modificazioni, per poter permettere all’entità che la anima di esprimere il suo grado evolutivo. Sarebbe assurdo, infatti, pensare che un’entità di alta evoluzione possa animare una materia che non le permetta di esprimere questa sua evoluzione.
Se così fosse, infatti, vi sarebbe un grosso spreco in questa incarnazione, ma nulla nell’universo è sprecato: nel cosmo, nell’universo, nel creato, vige la più perfetta economia delle cause, per cui nessuna causa inutilmente può essere mossa. Ananda

Da tutte queste definizioni, non facili né da comprendere, né da spiegare, ognuno di voi può restare confuso… apparentemente possono sembrare concetti inutili, apparentemente possono sembrare soltanto speculazioni filosofiche sulle quali in pratica, nella vita di tutti i giorni, non si può contare.
Bene: noi speriamo invece che ognuno di voi arrivi a rendersi contro che queste cose non sono soltanto speculazioni filosofiche, ma servono proprio alla vostra quotidianità!
Ma in definitiva, creature, dopo tutte queste definizioni forse un po’ astruse, inaspettate o confuse per tutti voi, come può venire definita l’evoluzione? Non quindi l’evoluzione di una razza, non l’evoluzione della materia o della forma ma proprio “evoluzione” e basta.
Vedrò io di fornirvi un elemento di questo tipo che può tornarvi utile per dare delle basi su cui appoggiarsi, poi, in futuro.
Evoluzione: passaggio da parte dell’individuo da uno stato di coscienza semplice ad uno stato di coscienza più complesso.
Oppure ancora, evoluzione: passaggio dell’individuo da uno stato di sentire ad uno stato di sentire più ampio, maggiore.
Apparentemente queste due definizioni sembrano essere la stessa cosa, tuttavia in realtà così non è: se voi osservate, per esempio, un animale, potete vedere che questo animale nel corso della sua incarnazione animale subisce un’evoluzione, ovvero passa da uno stato di coscienza più semplice ad uno stato di coscienza più evoluto. Tuttavia voi sapete – per discorsi fatti in precedenza – che l’animale possiede dei corpi abbastanza strutturati soltanto per quello che riguarda il piano fisico e il piano astrale e che soltanto in alcuni casi vi è un corpo mentale che incomincia ad essere strutturato. Quello che è il corpo akasico dell’animale, in realtà, è qualcosa di non strutturato, di uniforme e (se così si può definire figurativamente) è un ribollire di materia akasica in cerca di sistemazione.
Ora – secondo il nostro pensiero – può essere detto che un individuo ha un sentire soltanto allorché l’individuo incomincia ad avere una certa struttura fisica all’interno del piano akasico. Non è necessario che questa struttura sia molto ampia però – secondo, appunto, il nostro filosofeggiare – soltanto nel caso in cui è una porzione di corpo akasico strutturata si può davvero parlare di sentire.
Come conseguenza di quanto ho affermato, non avendo l’animale un corpo akasico strutturato non si può affermare che la sua evoluzione corrisponda a passaggi di sentire ma, tutt’al più, a passaggi di coscienza intesa, nel caso dell’animale, a passaggi, in particolare, di coscienza sensoriale. Si può quindi parlare, a proposito dell’animale, di “evoluzione sensoriale”.
A questo punto potrete comprendere benissimo da soli, senza che io vi tedi coi miei discorsi, che si può applicare il discorso dell’evoluzione a qualsiasi cosa vi possa venire in mente: vi è così un’evoluzione mentale, vi è un’evoluzione dei desideri, vi è un’evoluzione delle percezioni fisiche (e basta, d’altra parte, osservare la diversità delle percezioni fisiche tra il bambino e l’adulto), vi è un’evoluzione razziale, sociale e via e via e via. Scifo

La morale personale e il sentire che evolve

Se avette tempo, leggete quello che il Cerchio Ifior dice sulla morale.
L’esperienza dell’evoluzione del sentire è plastica, concreta, quasi fisica direi: si inscrive nei comportamenti quotidiani, nei pensieri che attraversano la mente, nella qualità e quantità delle emozioni, nelle relazioni soprattutto.
È nel rapporto con l’altro che tutto si palesa e si evidenzia: i passi compiuti e quelli da compiere, sono sotto i nostri occhi quando l’altro bussa con il suo essere, i suoi bisogni, le sue richieste, le sue paure.

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Evoluzione della coscienza e della forma

d-30x30Evoluzione della coscienza e della forma. Dizionario del

L’evoluzione è stata definita come il passaggio da uno stato di coscienza limitato ad uno stato di coscienza più ampio.
In realtà, come vedrete nell’affrontare i volumi sull’insegnamento filosofico l’accezione del termine evoluzione è molto più ampio e complesso, e investe non solo l’essere umano ma l’intera Realtà.
Il messaggio che è stato scelto forse sarebbe stato più adatto per i volumi che seguiranno, ma i curatori hanno pensato che avere un anticipo del concetto di evoluzione proposto dalle Guide sarebbe stato utile anche in questi volumi sull’insegnamento etico-morale, in quanto anche l’etica e la morale sono sottoposte ad una sorta di evoluzione, in concomitanza col mutare degli elementi sociali e con l’ampliamento del sentire individuale.
E, tutto sommato, mi sono trovato d’accordo con loro.

Messaggio esemplificativo (1)

Fra le varie leggi sulle quali si basa l’andamento della razza umana, e non soltanto della razza umana ma dell’intero cosmo, vi è la legge dell’evoluzione.
Ma come si può definire, in realtà, l’«evoluzione»? Rodolfo

Qual è il significato più semplice che si può dare a questa parola? Osservando la realtà che si vive da incarnati, apparentemente tutto evolve, tutto cambia, tutto muta, è un continuo fermento di trasformazione; basta questo per dire che si tratta di evoluzione o vi è qualche cosa di più che dà un significato particolare al termine di evoluzione, che non la rende limitata al semplice cambiamento di forma dell’individuo che attraversa il piano fisico? Scifo

Tutto cambia, tutto muta, tutto evolve; ciò che voi siete oggi non è ciò che eravate ieri e non è ciò che sarete domani, e questo voi lo sapete per averlo sperimentato sulla vostra pelle giorno dopo giorno vedendo il vostro viso riempirsi di rughe, i vostri capelli riempirsi di fili argentei; questa è l’evoluzione della vostra materia, del vostro corpo, del vostro fisico, ma il senso in cui noi usiamo il termine «evoluzione» è qualcosa che va oltre il mutamento della forma, è qualcosa che la comprende ma che è più ampio come concetto. Moti

Per «evoluzione», creature, noi intendiamo il passaggio dell’individuo nel tempo dallo stato di non coscienza ad uno stato di coscienza, da uno stato di assenza di coscienza ad uno stato via via più ampio di coscienza e quindi di «sentire». Scifo

Tutto, nell’ambiente in cui siete inseriti, nel corso dei millenni ha subito delle metamorfosi.
Agli inizi, quando ancora il pianeta non portava in sé il germe della vita ma stava raffreddandosi per arrivare a creare le condizioni affinché le prime forme di vita incominciassero a manifestarsi, ecco che già si poteva parlare di evoluzione; certamente non dell’evoluzione di una coscienza individuale ma, quanto meno, evoluzione dello stato di coscienza della materia che prendeva coscienza di se stessa e, un po’ alla volta, sotto la spinta delle varie vibrazioni provenienti dall’Assoluto, cambiava la sua intrinseca natura. Moti

Onestà verso sé e coscienza

d-30x30Onestà. Dizionario del

Essere onesti non è certamente una cosa semplice da attuare, in maniera particolare nei propri confronti: sotto la spinta del nostro Io che vorrebbe essere perfetto e che tende a considerarsi il «meglio del meglio» facilmente perdiamo obiettività su noi stessi e sulle nostre intenzioni nell’agire di tutti i giorni.
Non ci vengono neppure molto in aiuto le regole della società in cui viviamo: malgrado le regole etico/morali siano tutte codificate nella concezione corrente di onestà è comune modo di pensare che il disonesto è riprovevole in particolar modo quando viene scoperto, altrimenti, sovente, è dichiarato, quasi con un’ombra di ammirazione, «furbo».
Il fatto è – ci dicono le Guide – che non dobbiamo valutare la nostra onestà sul metro di ciò che ci è esterno, bensì sui parametri dettati dalla nostra coscienza.
Chi ha davvero compreso cosa significhi veramente essere onesto lo sarà sempre e comunque, che gli altri lo riconoscano o meno, e non metterà mai in atto quei compromessi che così facilmente siamo in grado di escogitare per trovare giustificazione ai nostri comportamenti, spesso veramente difficili da giustificare.

Messaggio esemplificativo (1)

Eh già, creature; voi vi guardate attorno, restate a volte perplessi, a volte scioccati, a volte disgustati nel vedere la disonestà altrui. Nobili sentimenti, giusti; però… però… però… Nel corso di questi anni di insegnamento abbiamo fatto dell’intenzione uno dei cardini del nostro parlare, facendo risalire a questo aspetto dell’interiorità dell’individuo tutte le dinamiche che possono essere giustificate o meno nel comportamento dell’individuo stesso e, semplificando, abbiamo asserito che l’intenzione altruistica giustifica un’azione che apparentemente può sembrare egoistica, in quanto è chi osserva che può vedere l’egoismo in un’azione, ma in realtà chi compie l’azione può mettere in moto il suo agire spinto da un’intenzione benevola e altruistica. Ricordate questa parte dell’insegnamento? Un Maestro di secoli fa diceva, predicando: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Bene, creature, voi che siete giustamente pronti ad offendervi per la disonestà altrui, chi tra di voi in realtà è disposto a scagliare veramente una pietra? Chi tra di voi pensa davvero di essere onesto, quanto quelle persone che giudica e che critica non sono? Pensateci un attimo e poi chi tra di voi si sente onesto me lo dica, in modo da rallegrare questa serata.
C’è differenza tra ammazzare una persona o ammazzarne due?
Rubare una mela o rubare un diamante, cambia qualcosa?
No, non c’è diversità per il semplice fatto che, come abbiamo sempre detto, quello che voi vedete e vivete in realtà è un’illusione, e non è che abbia poi grande valore. Quello che conta è ciò che vivete voi all’interno, nella vostra coscienza; è quindi la vostra intenzione quella che conta, non l’azione che compite, non i risultati dell’azione che compite.
Questo è uno dei principali corollari dell’insegnamento. Tutto quello che accade, accade per voi; per farvi comprendere. Il problema è che voi aspettate sempre che siano «gli altri» a comprendere, pensando che ciò che accade agli altri accade soltanto per quelle persone mentre invece, se voi lo notate, in realtà accade per voi; perché voi in quella cosa dovete trovare qualche cosa per allargare il vostro sentire.
Senza dubbio le azioni disoneste che tutti voi, uno per uno compite, possono avere una ripercussione maggiore o minore nel mondo in cui vivete, sulle persone che vi circondano, sugli ambienti, e via e via e via, però – ripeto – non è quello che è importante; non dovete fermarvi su quell’aspetto della cosa, dovete fermarvi invece sul fatto che «voi» avete compiuto quell’azione e che quindi siete responsabili di quell’azione. Anche se gli altri non si accorgessero mai della vostra azione disonesta, ciò non toglie che voi interiormente l’azione l’avete compiuta. Se nessuno vi vedesse rubare, non per questo voi non sareste ladri! Vero? Quindi il fatto di essere ladri non è una cosa che è ratificata, sottoscritta e decisa dal fatto che gli altri scoprano il vostro furto, ma dal fatto che voi avete compiuto l’azione con l’intenzione di rubare e – ripeto – che rubiate un’arancia o rubiate un diamante l’intenzione è sempre la stessa; è soltanto la manifestazione poi nel mondo fisico, chiaramente, che cambia.
Motivazione e intenzione in gran parte si può dire che coincidano, come concetto. Certamente se tu rubi perché i tuoi figli stanno morendo di fame, per dar loro da mangiare perché non riesci a trovare un altro modo di sfamarli (anche se è abbastanza difficile che ciò accada perché, se uno vuole sfamare i figli, in qualche modo col sudore della fronte solitamente ci riesce; magari non dando loro caviale, ma dando loro patate!) tuttavia in questo caso allora l’intenzione di un furto potrebbe essere non dico giustificata al cento per cento ma quanto meno avere interiormente – di fronte al giudizio, di fronte a se stessi, che è quello poi che conta in realtà nel seguito dell’evoluzione dell’individuo – avere un peso diverso di un’azione compiuta in un altro modo, con un’altra motivazione.
Ipotizziamo (è un caso abbastanza reale) che un’azienda di trasporti aumenti i costi dei biglietti. Sappiamo benissimo che molte linee di trasporti hanno sperperato denaro pubblico. Se io non pago il biglietto e quindi risparmio mille lire e poi ne regalo duemila al povero che trovo sulla strada, ho rubato?
Io direi di sì, perché ritorniamo allo stesso punto: il fatto che chi ha predisposto quell’esosità del biglietto non autorizza ad andare contro una legge accettata, ritenuta giusta e valida se il prezzo fosse stato inferiore, e certamente non è una compensazione dare poi le duemila lire a un povero! Diventerebbe un po’ come l’assoluzione o le preghiere date in confessione per assolvere i peccati dell’individuo. Una specie di ricatto morale nei confronti della divinità, in fondo!
Se accetti di vivere in una società e accetti le sue leggi allorché ti sembrano giuste, il fatto che un particolare poi venga variato da individui disonesti non fa sì che le leggi diventino ingiuste! Fa sì soltanto che certi particolari individui le applichino in modo sbagliato, e non è evadendo la legge che compensi o ritorci qualche cosa contro quelle persone. Vi sembra? Anche perché un comportamento del genere alla fin fine si ripercuoterebbe come minimo sulle persone che devono prendere gli stipendi e che vi servono, così come voi servite per pagare la loro vita, il loro lavoro.
Sappiamo benissimo tutti che quello di moralità è un concetto molto relativo. Molto relativo perché dato dalle abitudini, dalle tradizioni, dai costumi, dal tipo di legge che viene promulgata, e via e via e via. La moralità, sotto un certo punto di vista, è anche poco definibile perché – volendo parlare in termini razionali e logici, aderenti all’insegnamento che abbiamo portato avanti fino a questo punto – la persona morale è quella che segue il proprio sentire, in quanto, seguendo il proprio sentire, è in pace con se stessa. Giusto, no? La persona morale non può che essere in pace con se stessa, tuttavia voi sapete che non vi sono due individui con la stessa evoluzione.
L’individuo non nasce già completamente evoluto, col suo corpo della coscienza strutturato, per cui commette molti errori, ha bisogno di imparare e quindi la morale varia già da individuo a individuo, quindi immaginiamoci da società a società! Si arriva, alla fine del discorso, ad affermare che una vera società morale difficilmente può esistere proprio per il fatto stesso che all’interno della società sono incarnate individualità che hanno evoluzioni differenti e quindi morali differenti.
Allo stesso modo è ben difficile che possa esistere una società veramente equa per tutti, se non forse all’ultima ondata di vita all’interno di un pianeta, all’ultimo scaglione di incarnazioni su un pianeta, finito il quale il pianeta ritornerà ad essere un enorme sasso senza vita.
Allora, in quel caso, quest’ultimo scaglione avrà raggiunto un’evoluzione tale per cui gran parte di quelli rimasti saranno quasi alla fine della ruota delle nascite, avranno quasi perfettamente strutturato il loro corpo akasico, non avranno tra di loro i primi incarnati della razza successiva e quindi più indietro come evoluzione, indietro quindi anche come morale, e avranno la possibilità di creare una società molto più equilibrata e molto più morale di quelle che l’hanno preceduta. Fa parte insomma dell’ultima fase della vita di un pianeta. Scifo

Come si può sviluppare meglio il sentire, allora, a proposito di questa presa di coscienza di onestà morale?
Compiere quell’opera è nel contempo facile e grandemente difficile, figli cari. Imparare ad essere onesti significa senza dubbio imparare a tener conto dei bisogni altrui, significa osservare se stessi e vedere se stessi di fronte alla realtà, alla realtà fisica in cui vi trovate immersi, significa non aspettarsi che siano gli altri a diventare onesti ma lavorare affinché il proprio intimo arrivi a comprendere che ciò che si possiede è già abbastanza, che ciò che si può dare è molto, perché tutti i doni che voi possedete non vi sono stati dati per tenerli chiusi nelle vostre mani ma per distribuirli attorno a voi; significa riuscire ad identificarsi con gli altri che sono attorno, riuscire a comprendere che se voi avete dei problemi e cercate di risolverli in modo disonesto, questo modo disonesto si ripercuote sugli altri facendo sì che i loro problemi non possano da essi stessi venire risolti; significa quindi domandarsi: «Se gli altri così facessero, io come mi sentirei?»; significa essere in grado di mettersi nei panni degli altri per riconoscere nel loro sguardo ciò che noi siamo; significa arrivare piano piano, lentamente, sbagliando – questo senza dubbio – ma con coraggio, ad affrontare se stessi osservandosi, e cercare di migliorare senza pretendere che siano gli altri a cambiare per noi, ma cercando in tutti i modi possibili di essere noi a cambiare per gli altri, rendendoci conto che, cambiando per gli altri, di conseguenza – come estremo passo logico e inevitabile – cambieremo anche per noi stessi. Non è facile certamente tutto questo, ma tutto questo è quello che dà la risposta ad una domanda che è sempre nelle vostre menti ed alla quale difficilmente riuscite a trovare una soluzione che vi soddisfi fino in fondo. La domanda è: «Perché siamo qua, perché viviamo, perché portiamo avanti le nostre vite all’interno di questo pianeta che molto spesso ci sovrasta con necessità e bisogni che ci fanno soffrire?» Rodolfo

E poi pensate un po’ alla disonestà! Per che cosa si è disonesti di solito? Forza, sentite voi, voi che siete così esperti in disonestà, piccole e grandi, ditemi – secondo voi – per cosa avete fatto i vostri fatti disonesti? In linea di massima per ottenere qualcosa, per avere qualcosa. E questo qualcosa – pensateci bene – il più delle volte in cosa si traduce? Si traduce in un credito nei confronti degli altri, in un vantaggio di qualche tipo, in un possedere qualcosa di più. E allora io mi faccio la cassaforte con i lingotti d’oro, i biglietti da visita con i diamantini sopra, la carta igienica tempestata di smeraldi (difficile da usare, quella; lo riconosco, ma non mi viene in mente altro in questo momento), diciamo di seta cinese (così va meglio!), e via e via e via direbbe Scifo, per avere ancora di più. Ancora di più! Pensate quante cose volete! Prima Rodolfo diceva che avete già tanto, che vi è stato dato tanto e questo tanto non vi è stato dato per tenerlo stretto, ma per dividerlo con gli altri quando c’è la necessità e il bisogno, eppure voi vi lamentate in continuazione .. e pagate troppe tasse, e il biglietto dell’autobus è aumentato, e il giornale costa caro, e il caffè è aumentato di ben 100 lire tutte in una volta e invece di prenderne 5 vi tocca prenderne 4 al giorno, e le sigarette guarda come sono aumentate e adesso come faccio a farmi venire un cancro! Tutte queste belle cose, e poi andate nelle vostre povere e miserabili case, vuote di tutto, e vi annoiate tremendamente, e non sapete che televisione guardare: se quella in sala, quella in cucina, quella nello studio, e non sapete se guardare un film comico, una videocassetta, una registrazione teatrale o un concerto; non sapete quale di quei 17 libri che avete lì, che avete comprato in un momento di crisi depressiva e tutti vi attirano, ma nessuno poi vi attira in modo particolare, e allora «Ma che noia in questa casa! Non ho proprio niente! Mi ci vorrebbe qualcosa di diverso: un cioccolatino!
Per comprare questo cioccolatino cosa fate? Andate fuori e imbrogliate qualcuno perché almeno trovate quelle 1000 lire per comprarvi il cioccolatino! Anni e anni fa c’è stato un bellissimo messaggio di Viola che parlava di quello che uno ha o quello che uno non ha, e diceva, molto più o meno: «Vi lamentate sempre che vi mancano tante cose, ma se voi dimezzaste le cose che già possedete in casa, e poi le dimezzaste ancora e poi le dimezzaste ancora, quello che resta sarebbe ancora più che sufficiente per garantirvi una vita dignitosa».
Pensateci, se non è vero! Quante cose in più avete in casa? Basta che apriate uno dei vostri armadi: quante camicie, quanti vestiti, quante gonne, quante scarpe, quanti calzini, ecc. ecc. ecc. possedete, e magari poi mettete sempre gli stessi?
Certamente la vita bisogna viverla perché se no non sarebbe stata data, però uno dice: «Bisogna viverla e allora, se si vive, se si è disonesti, sembra un po’ il serpente che si morde la coda, si continua a girare in circolo». No non è vero, perché se tu ti osservi, stai attento a quello che fai anche nel momento in cui fai l’azione disonesta che il più delle volte per l’individuo che la compie non è disonesta, intendiamoci eh! Mentalmente è giustificata da un milione di motivi, questo non dimenticatevelo, eh! Voi pensate che quel signore della cassaforte coi lingotti non avesse delle giustificazioni, dei motivi mentali per cui faceva tutto quello? Magari aveva già pensato che, nel momento in cui moriva e non aveva più bisogno di tutta quella roba, l’avrebbe lasciata ad un orfanotrofio e quindi lo faceva per quei poveri orfani! Voi siete e siamo stati anche noi, specialisti nel trovare delle scuse per giustificare il proprio operato! Ed è li che c’è il punto importante: sapendo che siete e siamo tutti così pronti a trovarsi queste giustificazioni, allora cerchiamo di osservarci quando compiamo l’azione.
Cerchiamo di osservarci e di eliminare queste giustificazioni, che basta un’osservazione leggermente più accurata per dimostrare quanto siano sciocche e pretestuose per quello che si compie. E allora un po’ alla volta, con l’esperienza, osservando quello che si compie, il corpo akasico riesce a comprendere quali sono le cose giuste da farsi e quelle da non farsi, e quindi un po’ alla volta l’onestà – che è poi dal corpo akasico che parte – da quel sentire del corpo akasico arriverà veramente ad essere unita in tutte le sue parti, in tutti i suoi frammenti e l’individuo comincerà ad essere sempre meno disonesto fino a diventare veramente un santo. Zifed

Infine, figli, ancora una volta non possiamo fare altro che esortarvi non a fare i rivoluzionari, non a combattere contro i mulini a vento, non a diventare delle piccole bombe all’interno del sistema, ma a cambiare, impegnandovi fino in fondo, ciò che voi siete; perché, se è vero che la società è lo specchio delle persone che la compongono, voi fate parte di quella società e anche voi avete le vostre buone responsabilità per come la società è diventata. E allora ricordate che il vero cambiamento non parte mai dall’alto per arrivare in basso, non vi è mai stato un cambiamento buono, utile e positivo che venga deciso da chi comanda e che poi abbia portato dei benefici duraturi alla base della società. I veri cambiamenti sono quelli che partono dalla base, e la base della società non è il popolo ma è l’individuo. Ricordate perciò che l’unico vero modo per modificare le cose è che tutti gli individui cambino, ognuno per se stesso, senza guardare se e quanto stan cambiando gli altri, ma accontentandosi di osservare e comprendere se e quanto egli stesso sta cambiando. Soltanto in quel momento veramente vi sarà la possibilità di creare non un’utopia ma una società quanto meno accettabile e che garantisca i principali diritti a tutti gli individui che la compongono.
Questa non è una speranza, non è un augurio, non è un’imposizione; è una consapevolezza del fatto che è ineluttabile che ciò sia perché rientra nella stessa logica dell’evoluzione che questi fatti accadano, e che da questi fatti ognuno di voi – uno per uno – tragga la comprensione per farli mutare in qualcosa di positivo. Moti

1  L’Uno e i molti, Vol. IV, pag. 33 e segg.

Dal volume del , Dall’Uno all’Uno, Volume secondo, parte seconda, Edizione privata

Indice del Dizionario del Cerchio Ifior