La paura di perdere e del non conosciuto, la vita nel sentire

Vorrei affrontare tre argomenti:
– La paura di perdere.
– La paura di andare oltre il conosciuto.
– La sostanza dell’esistere che si manifesta in ogni singolo e semplice fatto a chi ha la capacità di coglierla.

La paura di perdere
Scrive Samuele nel commento al post La solitudine: “Infine non c’è più niente….” ma nel contempo non c’è né depressione né morte, né tristezza, né desolazione, vero? C’è comunque “altro”, l’accesso all’essere a qualcosa che basta a sé stesso, al di là di ogni perché, direzione e scopo?

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Ascolto, osservazione, abbandono e marginalizzazione di sé

E’ questo il passaggio, o per lo meno l’inizio, di una inversione (radicale) dal “protagonismo” egoico  ( le esperienze di unificazione, le vedo sempre più in questa prospettiva: corroborano il desiderio di centralità dell’io, esse dicono “guarda quanto sono profondo ed elevato”) alla marginalizzazione proprio di questo “protagonismo”?
Questo chiede Leonardo nella sezione Domande e Risposte del sito.
E’ un lungo processo di marginalizzazione quello che inizia una volta che in noi si sono create le basi di una stabilità.

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L’abbandono di sé senza sforzo

Dio o Mammona, è questa la morsa dentro cui è stretto l’umano? C’è un modo naturale e privo di sforzo volitivo per andare oltre di sé, per intraprendere il lento cammino dell’abbandono delle identificazioni, dei bisogni, dei condizionamenti e addentrarsi nel processo dell’unificazione che da sempre opera in noi, e che da un certo punto in poi diviene più pressante?
Vi riporto un passo di Enzo Bianchi tratto da questo commento al vangelo domenicale: “Vi è un altro a cui Gesù dice: “Seguimi”, ma si sente rispondere: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Richiesta legittima, fondata sul comandamento che richiede di onorare il padre e la madre (cf. Es 20,12; Dt 5,16). Gesù però chiede che, seguendo lui, si interrompa il legame con l’ordine familiare e con la religione della legge, dei doveri: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”.

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Smettere di lottare

Osservare, ascoltare, discernere, accogliere.
Il soggetto lotta e dice: “Debbo farcela!”. La persona che è in bilico tra il soggetto e la sua scomparsa, non lotta più, si dispone all’obbedienza.
A chi obbedisce? Al sentire che la conduce, che genera le scene, che la sospinge in una direzione o in un’altra.
Ad un certo punto del cammino esistenziale, l’imperativo diviene: “Smetti di lottare perché nel rumore e nell’eccitazione della lotta non puoi ascoltare quanto la vita ha da dirti!”.
Dalla cultura della lotta dobbiamo passare a quella dell’ascolto e dell’obbedienza: lo sguardo si fa allora acuto, l’intelligenza pronta, la capacità di cogliere le sfumature e di leggere i simboli, alta.

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L’arte ineffabile di ricominciare nella vita e nella via spirituale

perdere

Quando si ricomincia? Quando qualcosa che c’era è stato perduto, ha cambiato forma, ha preso una nuova direzione.
Si ricomincia senza sosta negli affetti, nel lavoro, nella via spirituale.
Non muore, in qualche modo,  tutti i giorni il rapporto con chi ci sta a fianco? Non entra in crisi e ci costringe a riposizionarlo, a rivederlo, a reinterpretarlo?
Non ci costringe senza sosta la vita ad interrogarci, producendo in noi, spesso, una crisi di orientamento, di posizionamento? E poi non seguono una catarsi e infine una rinascita?
Non è così per tutti, in tutte le stagioni della vita?
L’arte ineffabile di ricominciare ha bisogno di un’altra arte, quella del lasciar andare.
Avevo un progetto, una direttrice di sviluppo, un ordine interiore costruito nel tempo e posso, debbo, essere disposto a perderlo.
In un attimo, per le ragioni più varie ma sempre esistenziali, la vita mi sfila il previsto e il prevedibile: zero mi rimane!
Posso lamentarmi per la perdita, o rimboccarmi le maniche.
In una via spirituale non c’è scelta: ci si rimbocca le maniche. Si analizza la situazione, le sue cause, i propri errori e poi si va avanti.
Zero è la nostra piattaforma, il nostro campo base.
Zero è non avere niente di solido per l’appoggio, di dato a priori: è accettare l’impermanenza come ossatura del vivere.
Cambiano le situazioni, accogliamo il nuovo che viene, che c’è e su quello costruiamo le nuove scene, ricominciamo.
Il vento ci porta dove vuole: visti e superati i piccoli attriti, le piccole resistenze della nostra umanità, assecondiamo il movimento imposto dall’imponderabile.
Perdere, accettare, ricominciare.

Immagine da http://www.lessissexy.com/?p=2718