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Mirco Belacchi, fotografo
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Sguardi sul presente
Con frequenza settimanale pubblicheremo le più rappresentative dello sguardo sul presente coltivato da Mirco

Conosco Mirco da più di un trentennio. Entrambi giovani parlavamo di filosofia ed esistenza ed oggi, non più giovani, parliamo ancora di filosofia ed esistenza.
In questi anni abbiamo camminato nella stessa direzione: nel viaggio incontro a noi stessi lui ha incontrato il gesto del fotografare, io la via spirituale, entrambi strumenti per guardarci allo specchio.
Trovo che nelle foto di Mirco si manifesti la stessa ricerca che caratterizza le mie riflessioni ed esperienze: ciò che lui indaga ed esprime attraverso le immagini, a me è possibile per mezzo dei concetti e delle parole.
Di cosa narra Mirco? Della natura della realtà così come la sperimenta nel suo sentire.
Le sue foto sono segni, forse sarebbe più corretto dire ideogrammi, che rappresentano ciò che sente; la realtà è presa a pretesto per narrare la reazione ad essa nell’attimo in cui accade il miracolo dell’incontrarla.
C’è un grafismo molto forte ma non ha niente a che fare con la ricerca formale ed esteriore; il segno, la forma narrano l’essere di una comprensione in atto: “Ti fotografo così perché ti comprendo così!”
Dalla profondità della relazione tra l’osservatore  e  l’osservato scaturisce il gesto del fotografare con quella luce, quell’angolazione, quel taglio.
La relazione c’è solo nel presente; se non c’è adesione al momento presente c’è la pantomima della relazione, che è altro.
Nella relazione c’è un riconoscere l’altro e un conoscere se stessi: è possibile riconoscersi quando si è in una dedizione che diventa assoluta, totale immersione nel gesto creativo che accade.
Per Mirco, come per gli artisti mossi da una motivazione autentica, l’atto creativo è un precipitare nell’accadere, e lì, in quell’accadere, è totale dimenticanza di sé. E’ quella che noi chiamiamo esperienza della contemplazione, stato contemplativo.
Le foto di Mirco sono immersioni nell’adesso che accade, svelano e fissano il suo sguardo sul miracolo della vita che si presenta e lo interroga.
Nel lavoro di Mirco, in una parte della sua produzione creativa, c’è anche una vena apertamente condizionata dal pessimismo e forse anche dal nichilismo, oltre che dal dolore esistenziale: è la parte che meno mi coinvolge.
Ieri, quando mi ha fatto vedere le foto che aveva selezionato per me, ha cominciato a far scorrere le immagini di una cipolla ripresa in controluce: nell’essere ordinario della cipolla, nella profondità dell’ascolto e dell’osservazione, nella relazione con l’osservato emerge, secondo ciò che comprendo, tutto l’essere di Mirco, la sua visione esistenziale, la sua tensione e nello stesso tempo, simultaneamente, la completa dimenticanza, il puro e semplice essere lì, senza mente, senza l’introdursi di alcun modello interpretativo, senza condizionamento rilevante che derivi dalla sua biografia: totale presenza di sé e totale dimenticanza.
A me sembra che nelle sue foto ci sia questo insieme, questa fusione di immanente e trascendente.

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