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Solitudine, famiglia spirituale, via
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UtenteMessaggio

08:13
19 febbraio 2012


eremo

1

Ultimo aggiornamento messaggio: ore 15:04 – 28 febbraio 2012 | autore: eremo


Impressioni e testo preparatorio al gruppo di approfondimento del Sentiero contemplativo sul tema:
La solitudine della persona della via spirituale
Febbraio 2012 

Qualcuno gli disse: “Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti”
Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”
Poi, stendendo la mano verso i suoi discepoli disse:”Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli, perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, 
sorella e madre”. Mt 12.47-50

La nostra presunzione ci porta a non considerare attentamente quelli che ci camminano a fianco: nella vita inconsapevole e in quella consapevole, la via.
Un misto di presunzione e di arroganza ci impedisce di vedere chi abbiamo a fianco, quell’ologramma che è lì per noi e di noi parla.
Attraversiamo la vita come fosse una foresta: gli alberi ci sfilano a fianco, su ognuno c’è affisso un biglietto con un messaggio per noi.
Non ci interpretiamo come coloro che, di albero in albero, chinano la testa, leggono e prestano grande attenzione al messaggio; no, portiamo il nostro sentirci d’essere come individui tra albero e albero, tra radura e radura, interessati a rafforzare quel senso d’esserci piuttosto che al gesto del chinarci attenti.
Stupidi.
Non abbiamo compreso quanto siamo soli.
Non ci è chiaro che i nostri figli, i nostri partner, i nostri genitori, i nostri amici sono solo ologrammi, ombre, tronchi in ordine sparso nella foresta.
Tutto ciò che incontriamo ci indica, suggerisce, impone la natura del nostro essere più intimo, del nostro sentire, e ne denuncia il limite: esiste per questo, è funzionale al nostro apprendimento.
L’altro, messaggio affisso sul tronco dell’albero della foresta, ci interpella e ci dice:

“Sei solo con il limite del tuo sentire.
Cammini e pensi di avere una dignità, guardi gli altri e dici”io-esito!”
Inconsapevole del tuo essere niente  diventi qualcuno differenziandoti dall’altro.
Sei solo, completamente solo, e non lo sai.
Non sai che quella che chiami vita è solo rappresentazione e tutti i personaggi, te compreso, non siete altro che ologrammi, ombre.
Ti sembra che ciò di cui partecipi sia vero, e ti prendi sul serio.
Dimentichi che l’unica cosa vera è quella percezione che hai dentro di te, che mai ti abbandona, implacabile e irriducibile, che ti testimonia della distanza che ti separa dall’Essere.”

Siamo soli con il nostro limite e con quel senso di separazione, di incompletezza, di abbandono che tante volte ci accompagnano.
Ci sembra che ci siano gli affetti, i legami, la dignità, il rispetto, i valori.
Nel teatro delle ombre cerchiamo degli appigli.
Ogni ombra parla del limite del nostro sentire e denuncia l’irrimediabile separazione dall’Essere.
Ogni appiglio si mostra illusorio, ogni speranza senza orizzonte.
Ologramma tra ologrammi; sentire tra sentire; limitazione tra limitazioni.
Qual è il senso?
Posso vedermi solo attraverso te.
Non ho un altro modo, non c’è un altro modo.
Solo, ombra limitata che incontra altre ombre limitate, dove il limite di ciascuno parla all’altro.
Ombre che parlano alle ombre.
Nell’inconsistenza totale, emerge l’essenziale: ciò che è rilevante non è se sono ombra, è la percezione del limite che colgo in me, limite di sentire; è quel vivere, quell’avvertire palpabile la separazione da Te.
Insopportabile.
La rappresentazione delle ombre, degli ologrammi, della solitudine, dell’incontro con i messaggi affissi sui tronchi degli alberi della foresta, conduce all’essenziale:
non c’è niente se io non sono in Te,
se io non scompaio e, nello scomparire,
Tu vieni.
Consapevole di questo, ti guardo piccola ombra che paziente cammini al mio fianco: ti guardo mentre mangiamo, ridiamo, litighiamo, tacciamo;
vi guardo, fratello e sorella, vestiti di piume;
vi guardo campi candidi di neve abbracciati da siepi di olmo e biancospino;
vi guardo, compagni della via, piccole ombre, che mi sedete a fianco: vi guardo e mi commuovo.
La mia famiglia è fatta di ombre ma, per come mi è possibile, mi avvicino per leggere il biglietto che ognuna porta appuntato e che mi ricorda quanto sono lontano da Te.


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09:33
19 febbraio 2012


alessandro bedetta

2

ogni volta che ti leggo roberto dico 'ah, cazzo è vero..'

sento qualcosa dentro a livello del petto che si muove nella gola come una sensazione di pianto.

piangere perchè nonostante i ripetutii stimoli che ho avuto in tutti questi anni di vagabondare assetato ancora sono qui a dimenticarmi..

continuo a dimenticarmi, e ne ho avute di occasioni.

migliaia di alberi nel mio esplorare la foresta, e ognuno con un bigliettino che mi rimanda a me e io continuo a muovermi e a volte uso il macete per farmi largo.

oggi è il compleanno di mia figlia e stasera preparo una bella cenetta che a lei piace e anche alla mamma e l'illusione di appartenenza, di avere una famiglia, per quanto slegata mi viene da dire, si consolida.

continuo a dimenticarmi,

continuo a camminare.

quanto ancora dovrò mancare l'incontro, prima che mi decida a non perdere più tempo, in tutta quest'abbondanza che mi sovrasta? 

14:44
19 febbraio 2012


eremo

3

Siamo fatti così, abbiamo bisogno di esperienze. Queste, man mano, ci plasmano, come grandi mani.
Il determinante, per me, è stato cominciare ad interpretare diversamente me e leggere diversamente quello che mi veniva incontro.
Se cambia il modo di lavorare/leggere/interpretare della mente, cambia anche la capacità di impatto che la coscienza ha sull'azione, perché la mente è il diaframma che sta tra coscienza e vita.
Cambiano le interpretazioni, cambiano le azioni, cambia il sentire, in un circuito senza fine.
Andiamo avanti, consapevoli dei nostri limiti e del fatto che stiamo imparando, non possiamo non imparare, perché vivere è imparare, niente altro.
 

07:18
25 febbraio 2012


alessandro bedetta

4

caro roberto,
ho provato in questa settimana a mettere in pratica ciò che per te è stato importante.
porti difronte agli accadimenti della giornata, dei pensieri, con una diversa interpretazione.
ciò presuppone che la mia attenzione sia sempre vigile, sopra quella linea invisibile che divide il vivere in automatico dal vivere in tempo presente.
provare a pormi l'accadere con uno spettro di potenzialità di interpretazioni più ampie richiede anche una grande magnaminità verso me stesso nel vedermi così spesso incespicare e cadere sempre sulle stesse buche..

grazie.

06:24
27 febbraio 2012


eremo

5

Più la nostra consapevolezza si fa vivida, più si mostra ai nostri occhi un essere con tutti i suoi limiti.
Da questa consapevolezza, a volte dura da reggere, inizia tutto.
Non c'è fondamento, non c'è via, se non c'è consapevolezza, conoscenza e accoglienza di sé.
A partire da questa accoglienza di sé, potrà poi sorgere l'accoglienza per l'altro.. 

19:38
27 febbraio 2012


Roberta Iannotta

6

Ultimo aggiornamento messaggio: ore 14:52 – 28 febbraio 2012 | autore: eremo


Con queste parole, scritte in un periodo della mia vita in cui ero piuttosto sofferente, esprimevo il senso di solitudine derivante da quell'assumere su di sé tutta la responsabilità del proprio dolore.
La mia richiesta muta era rivolta a colui a cui avevo dato il compito di mettermi di fronte a me stessa, quale specchio inesorabile del mio limite, colui grazie al quale (non certo per colpa del quale) sorgeva il mio dolore.

Ascoltami
Il mio dolore è senza senso
pur tuttavia ti chiedo
ascoltami.
Inesprimibile
ingiustificabile
ingiustificato
direi sacrilego
perché non tiene conto
del sacro legame umano.
Eppure ti chiedo
ascoltami
perché in questo deserto senza fine
solitudine equivale a morire
…ma non puoi
…perché ci dividono millenni di esperienze separate.
Non puoi, perché questo folle dolore
è unico
irripetibile. 
Solo io lo posso ospitare
nel fondo del mio stomaco
e nel centro del mio cervello.
È stato affidato a me
e non posso dividerne il peso.
Nemmeno con te
a cui non posso chiedere
di ascoltare
una voce senza suono
un grido inudibile
che mi divora l’anima
e la vita.

10:58
28 febbraio 2012


Alberto S.

7

Alcune note sull'incontro di ieri, che vorrei condividere con voi a mo' di sintesi.
L'inutilità e l'impossibilità di formulare "giudizi" sugli altri perchè… comunque sia, o quella situazione che abbiamo sotto agli occhi l'abbiamo vissuta, oppure la vivremo a nostra volta.
La presenza di "fotogrammi sparsi" in un eterno presente, che la coscienza sceglie e che la mente inquadra, fino a realizzare un palcoscenico sul quale tutto viene allestito affinchè quella esperienza necessaria venga vissuta.
Il ripetersi di certe scene, segno che la lezione non è stata compresa e che qualcosa ancora deve essere esperito.
L'impossibilità di sapere quale scena stanno vivendo gli altri, cosa stanno provando davvero, cosa stanno vivendo, quale sia l'esperienza che devono fare.
L'irriducibile solitudine che giunge quando ci si rende conto che "il film è montato da noi per noi", percui tutti gli altri intorno non sono co-protagonisti, ma "ologrammi" disposti da noi stessi sulla scena che dobbiamo vivere.
Il passaggio dallo scenario individuale a quello collettivo, che comporta l'impegno individuale di ciascuno affinchè le cose si "compongano" in modo diverso. In tal senso l'importanza del fare anche politica da parte di chi procede sulla Via.
La possibilità che l'amore porti anche a togliere la vita, quando l'esperienza è predisposta per vivere l'abnegazione a una causa più alta e a un bene collettivo.

13:17
28 febbraio 2012


Federica Pinna

8

Ho la sensazione che l'inutilità e l'impossibilità di esprimere giudizi sia intimamente collegata col fatto che non sappiamo cosa l'altro da noi stia vivendo, stia esperendo, da cosa sia attraversato, e che quindi sia necessario un ascolto profondo di sè ed una comprensione profonda di ciò un'esperienza muove in noi.

Non è forse solo quando riusciamo ad andare intimamente profondamente dentro a noi stessi, che possiamo incontrare l'altro, vederlo, cominicare con lui? Conoscenza di sè, onestà, assunzione di responsabilità e di presenza non sono forse alcune delle basi per stare in sè e per ampliare poi i nostri orizzonti ad uno scenario più ampio, collettivo, che includa altre individualità, livelli, esperienze, quella vastità irriducibile…

La solitudine che si attraversa ed il dolore che la accompagna è proporzionale a ciò che di vitale c'è da comprendere; personalmente sento che non ci sono scorciatoie, nè via di fuga, nulla di comoda mi si presenta davanti, ed allora mi raccolgo, ed in questo raccoglimento silenzioso voglio avere fiducia nei palmi caldi della vita che in tutto il suo rivelarsi non fa altro che indicarci la direzione…

Ci sono esperienze che viviamo e che vanno oltre la nostra immaginazione, i nostri desideri, i nostri progetti, la cui causa  e senso sono ben più elevati del nostro piccolissimo ego…

In questa solitudine che attraversiamo non viene inesorabilmente alterata la percezione spazio-temporale?

Stare nella solitudine con se stessi, realizzare che non ci sono balsami, ma solo un tentativo di essere accoglienti con ciò che emerge, non stravolge ogni costruzione mentale?

 

Tutto quell'allestimento mentale decade, inesorabilmente…che cosa resta?

15:48
28 febbraio 2012


Alberto S.

9

Un cavolfiore… per parlare di una logica che si manifesta su piani diversi, ma con la medesima modalità

06:04
29 febbraio 2012


eremo

10

Federica Pinna ha scritto:

Ho la sensazione che l'inutilità e l'impossibilità di esprimere giudizi sia intimamente collegata col fatto che non sappiamo cosa l'altro da noi stia vivendo, stia esperendo, da cosa sia attraversato, e che quindi sia necessario un ascolto profondo di sè ed una comprensione profonda di ciò un'esperienza muove in noi.

Non è forse solo quando riusciamo ad andare intimamente profondamente dentro a noi stessi, che possiamo incontrare l'altro, vederlo, cominicare con lui? Conoscenza di sè, onestà, assunzione di responsabilità e di presenza non sono forse alcune delle basi per stare in sè e per ampliare poi i nostri orizzonti ad uno scenario più ampio, collettivo, che includa altre individualità, livelli, esperienze, quella vastità irriducibile…

La solitudine che si attraversa ed il dolore che la accompagna è proporzionale a ciò che di vitale c'è da comprendere; personalmente sento che non ci sono scorciatoie, nè via di fuga, nulla di comoda mi si presenta davanti, ed allora mi raccolgo, ed in questo raccoglimento silenzioso voglio avere fiducia nei palmi caldi della vita che in tutto il suo rivelarsi non fa altro che indicarci la direzione…

Ci sono esperienze che viviamo e che vanno oltre la nostra immaginazione, i nostri desideri, i nostri progetti, la cui causa  e senso sono ben più elevati del nostro piccolissimo ego…

In questa solitudine che attraversiamo non viene inesorabilmente alterata la percezione spazio-temporale?

Stare nella solitudine con se stessi, realizzare che non ci sono balsami, ma solo un tentativo di essere accoglienti con ciò che emerge, non stravolge ogni costruzione mentale?

 

Tutto quell'allestimento mentale decade, inesorabilmente…che cosa resta?

Qualcuno prova a rispondere?

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