La solitudine, la fiducia, il mare dell’ordinarietà

Per una ragione a me inconoscibile, la vita mi ha condotto su una via di solitudine e di assenza di riferimenti certi: non in una religione, in una filosofia, in una pratica ho potuto confidare, ma solo sull’indagine del sentire, sull’attingere a quel pozzo la cui profondità è insondabile alla mente umana e si dichiara esclusivamente nell’osservazione, nell’ascolto, nello stare della contemplazione.
Per una qualche ragione, la vita mi ha condotto in mare aperto pur avendo io paura del mare.
Bene rappresentano il mio cammino esistenziale questi brani di Matteo/Luca/Marco:

Matteo 8,18-27; Lu 9:57-62
18 Gesù, vedendo una gran folla intorno a sé, comandò che si passasse all’altra riva. 19 Allora uno scriba, avvicinatosi, gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai». 20 Gesù gli disse: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». 21 Un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». 22 Ma Gesù gli disse: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti».

Matteo 8,23-27; Mc 4:35-41; Lu 8:22-25
23 Gesù salì sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. 24 Ed ecco si sollevò in mare una così gran burrasca, che la barca era coperta dalle onde; ma Gesù dormiva. 25 E i suoi discepoli, avvicinatisi, lo svegliarono dicendo: «Signore, salvaci, siamo perduti!» 26 Ed egli disse loro: «Perché avete paura, o gente di poca fede?» Allora, alzatosi, sgridò i venti e il mare, e si fece gran bonaccia. 27 E quegli uomini si meravigliarono e dicevano: «Che uomo è mai questo che anche i venti e il mare gli ubbidiscono?»

Ritrovo in questi passi l’evidenza che nel mio cammino non c’è stato “luogo dove appoggiare il capo”; ritrovo la radicalità della sequela, il non curarsi di “seppellire i morti”, il non farsi mai distogliere, l’urgenza dell’essenziale; e, infine, ritrovo l’andare in mare aperto, il vivere la tempesta e la paura e l’abbandonarsi alla fiducia, unico appiglio.
La cifra determinante è quella conclusiva: la fiducia che implica la resa e la fine stessa della sequela, della ricerca, dell’andare.
Infine non c’è più niente: non solo un luogo dove appoggiare il capo, ma nemmeno una direzione, uno scopo, un perché.
Di fronte al mare, calmo o in tempesta che sia, si può solo stare: la calma è solo un fatto; la tempesta un altro fatto. Fatti che vengono e vanno e il loro senso non ci riguarda, né ci riguarda il loro sorgere e scomparire.
Per un periodo di tempo molto lungo, una spinta interiore mi ha condotto a mettere a disposizione del mio prossimo il frutto del mio cammino, del compreso e del non compreso, di un viaggio ricco di scoperte, di cadute, di fatiche e di gioie: da tempo quella spinta ha perduto la sua capacità propulsiva e sembra che la vita voglia semplicemente assorbirmi nell’essere del mare e nella libertà da una responsabilità.


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  1. Grazie per aver camminato insieme e per averci indicato una possibilità. Imparare a stare non e’ semplice, ma è una sfida. alla fine il niente penso che sia invece tanto……il tuo mare aperto , per intenderci!

  2. “Infine non c’è più niente….” ma nel contempo non c’è né depressione né morte, né tristezza, né desolazione, vero? C’è comunque “altro”, l’accesso all’essere a qualcosa che basta a sé stesso, al di là di ogni perché, direzione e scopo?
    Ciao

  3. Grazie…

  4. Ci hai comunque dato tanto, ora sta a noi lavorare il tuo seminato, grazie.

  5. Grazie Roberto!

  6. Non si può che prendere atto e inchinarsi al flusso che ti sospinge in mare aperto.

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